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Tag: mare

goccedisally:mare?

Giu 30
Senza categoria


La montagna è più elegante, devo ammetterlo.
Induce alla contemplazione, avvicina le anime al divino e non comporta stress da sovraffollamento.
Per quanta calura possa esserci esiste sempre un ombroso passo, per quanto turistca possa essere la meta esiste sempre una cima più alta, una fratta non ancora raggiunta.
La montagna è più elegante e finalmente ho raggiunto una consapevolezza che mi permette di apprezzarne la promettente, squisita mancanza di requisiti estivi. Sono franca, se non fosse per i pupi e la tonante litania dei pediatri che non fanno altro che decantare gli effetti del mare sulle ossa in crescita, lo ammetto, al mare andrei qualche volta in inverno, poi basta.
Che poi, farà anche bene alle ossa, ma secondo me fa male alla pelle e anche alla mente: tutti isterici questi bambini al mare.
E che mare?.
Un mare che induce alla potente riflessione, filosofia della caducità e inutilità della vanità.
Implacabile e crudele, mette in evidenza anche il più piccolo difetto che passa inosservato sotto i vestiti: Affollamento di formiche cotte, di derma raggrinzito e oleato, di ninnì cascanti, di cosce che sembrano pasta per la pizza a lievitare, di pance e pancette esposte con un certo orgoglio, di tagli e cicatrici e tatuaggi e ombelichi sporgenti, di spalle curve e vita troppo alta o troppo bassa e comunque il culo dove finisce?
Cerca le ginocchia.
Poi c?è l?immancabile passeggiata sul bagnasciuga. Da lì poi veramente capire chi al mare ci va con convinzione e chi per moda. Devi osservare la pianta del piede: se assapora il contatto con la sabbia o si ritira in una specie di morsa rigida?una smorfia alla radice delle dita, un pensiero non troppo gradito. Si fa perché si deve fare, ma meglio la sdraietta di lato all?ombrellone in questi casi, tanto quello che conta è poter dire: c?ero anch?io.
Il bagnino.
Il tipo con la faccia mascherata dagli occhiali alla nembokid , per lasciarti col dubbio che almeno la faccia sia guardabile.
Carne a manciate, carne anche apprezzabile non dico di no, carne che lascia il tempo che trova e in tutti i naturali stadi di avanzamento. Una corsa contro il tempo. Un guardare che scherzi ti combina il tempo.

Su tutto sovrasta, a cielo aperto sotto il sole cocente e in piena sabbia, l?eroico ed immancabile stereo portatile.


Un po?’ di numeri, vado di fretta.
Arrivi a Roma: 600.000 persone al giorno da sabato.
Chilometri 5 di coda.
Pellegrini in partenza dalla Polonia, stimati, 1.500.000.

Volontari 8.000
Forze dell’ ordine 6500
200 rappresentanze straniere che si muovono con 800 aerei.

Si avanza a 10 metri l’ ora.

Un fiume di gente, una fiumana di gente in movimento lento ma inesorabile, come un magma.
Perché chiedersi perché? Why? Che senso ha?
Gli eventi sono fatti apposta per richiamare le folle: grandi eventi , grandi folle.
E se un concerto può chiudere in uno stadio 100.000 0 200.000 persone perché la morte di una grande persona non dovrebbe richiamarne due milioni o più?
Perché. Per avere la propria giornata indimenticabile, per amplificare l’ emozione e trattenerla in quel faticoso e lento procedere, per poter dire io c’ ero, e per tutti quanti i buoni motivi di questo mondo, quelli semplici e quelli eroici, e anche quelli più discutibili ma soltanto perché più ingenui. Ma mai cattivi, o addirittura perversi.
A starci fuori la trovo una folla meravigliosa, mai calca, mai ressa.
A starci dentro?
Non se ne parla nemmeno.
Sally Brown soffre di claustrofobia nel mondo, io soffro di claustrofobia anche a casa mia. Soffro gli spazi angusti, i fiati sul collo, la mancanza d’ ossigeno.

Sono contenta invece di aver portato mia figlia in basilica le ultime due volte che siamo state a Roma. L’ ultima volta addirittura ci ho trascinato anche la mia amica Coretta, che è di Roma ma in San Pietro non ci va mai. Stavano allestendo l’ albero di natale, che stronzata -abbiamo detto- tagliare un albero per poi buttarlo…ma chissà poi che non sia questo il vero senso delle cose.
Si respirava come un presentimento, è difficile dirlo.
Non ero più stata in piazza San Pietro da che avevo dodici anni, mi ci aveva portato mio padre. Mi ha posizionata nell’ unico punto della piazza da dove le quattro file di colonnato, perfettamente allineate ti sembrano una sola colonna, mi ha mostrato i simboli dei piccoli scandali e delle intemperanze che hanno attraversato la storia della chiesa affiancandone la grandiosità e che qualche buontempone di architetto ha ritenuto di dover imprimere nei marmi e nei colori dell’ esegesi.

Oggi San Pietro è un uomo che ha mosso un mare di gente.
Credo sia la domanda e la risposta.


Non sono molte le convinzioni che ho per la vita, quelle ferme, basilari e incontrovertibili. Solo due o tre e tra queste senz’altro al primo posto c’è che esiste un popolo di mare e un popolo di terra.
Certo, non è acqua calda che ho scoperto io, è cosa vecchia.
Ma di questa cosa sono fortemente convinta e certa, ce l’ho nei succhi gastrici ormai digerita.

La gente di mare coltiva il rispetto e il risvolto delle cose. Il mare è ciò che separa ed isola ma è anche ciò che congiunge, il ponte.
Per la gente di mare oltre il mare c’è sempre qualcosa, un’altra terra magari e il motivo per attraversare quel mare. Per la gente di terra oltre la terra c’è ancora terra.
Per la gente di mare le cose si alternano. Si avvicendano senza necessariamente seguire una corretta consecutio tempora.
Le stessa parola finisce sempre coll’avere due significati diversi, opposti a volte.
A seconda…

Un’altra cosa di cui sono convinta è che esista una cultura dell’ immedesimazione ed una della distanza. Concetti base, ingredienti sostanziali per ricette completamente diverse.
Gli ingredienti vanno mescolati con sapienza, capire le dosi è essenziale.
E’  un mestiere.

La giusta distanza, appunto, tra distanza ed immedesimazione, tra noi e gli altri, tra noi e le cose.
Sembra niente e sembra facile, ma dalla giusta distanza può dipendere la riuscita di un’ impresa.
Questo lo sanno bene i fotografi, che una bella fotografia non è solo un fatto di luci ma anche di rapidi calcoli sulle distanze.
La tenuta dei rapporti, ma soprattutto la conoscenza delle cose avviene solo grazie alla nostra capacità di che non vuol dire estraneità, anzi, paradossalmente, ti porta all?opposto, all?intima conoscenza o meglio – all’ interiore conoscenza.

Che adoro Fossati per quella storia che ha scritto una canzone per me, ormai lo sa tutto il globo.
La verità è che lo stimo perché appartiene a quella razza che si misura sulle distanze.
Che si prova sulle distanze.
Che cura le distanze e le coltiva con l’ acqua e a volte, pure col dolore.

Lui non lo dice mai questo fatto, ma qualche volta ce lo infila tra le parole.

>Io la sera mi addormento
e qualche volta sogno perchè voglio sognare
e nel sogno stringo i pugni
tengo fermo il respiro e sto ad ascoltare
Qualche volta sono gli alberi d’Africa a chiamare
altre notti sono vele piegate a navigare
Sono uomini e donne piroscafi e bandiere
viaggiatori viaggianti da salvare
Delle città importanti mi ricordo Milano
livida e sprofondata per sua stessa mano
E se l’amore che avevo non sa più il mio nome
E se l’amore che avevo non sa più il mio nome
Come i treni a vapore come i treni a vapore
di stazione in stazione e di porta in porta
e di pioggia in pioggia
di dolore in dolore
il dolore passerà
Come i treni a vapore
come i treni a vapore
il dolore passerà
Io la sera mi addormento
e qualche volta sogno perchè so sognare
e mi sogno i tamburi della banda che passa
o che dovrà passare
Mi sogno la pioggia fredda e dritta sulle mani
i ragazzi della scuola che partono
già domani
Mi sogno i sognatori che sognano la primavera
o qualche altra primavera da aspettare ancora
fra un bicchiere di neve
e un caffè come si deve
quest’inverno passerà
E se l’amore che avevo non sa più il mio nome
E se l’amore che avevo non sa più il mio nome
Come i treni a vapore come i treni a vapore
di stazione in stazione e di porta in porta
e di pioggia in pioggia
di dolore in dolore
il dolore passerà

erano i treni a vapore
per fiorella mannoia, l’alter ego di fossati.