Vai ai contenuti

Archivio

Tag: libert

Una piccola casa gialla con le persiane blu, la casa in cui ho vissuto fino a 11 anni. Rappresenta ancora oggi per me la casa della libertà.
Piccola era piccola, quattro stanze quadrate e non tanto grandi, una piccola cucina rettangolare, un ripostiglio ad uso guardaroba con dentro un armadio che sembrava enorme e che per me, rappresentava la stanza dei misteri, e un bagno. Quello sì grande, con un? enorme vasca in cui nuotare e farci correre le papere.

Piccola certo, ma di grande libertà, quella ad esempio di rotolare per le scale con tutto il girello una volta che mia madre dimenticò la porta aperta.
E più in là, la libertà di giocare nella dufin celestaccio di mio padre, giù nel portone-garage; la libertà di dare da mangiare ai topolini che scorrazzavano impavidi nel cortile, affacciata alla finestra della cucina da sopra a una tavolo di formica verde acqua. Quando mi beccava mia madre mi tirava giù a forza di sculaccioni, e poi per un pezzo la finestra della cucina rimase con la tapparella serrata: mi fu concesso in sua vece un balcone, fin quando qualcuno non scoprì che mi sporgevo per raccogliere strane palline verdi che pendevano dai rami degli alberi e fui confinata in camera mia. Quando cominciai a tagliare le frange dei plaid e delle tende raggiunsi un accordo con mia madre, la tapparella della cucina fu rialzata e il tavolo tolto da sotto alla finestra. Al suo posto un piccolo sgabellino.

E ancora? la libertà di allagare il corridoio dopo aver riempito la vasca da bagno, una volta che c?erano i pittori a rinfrescare le pareti, e farci navigare le barchette di carta e i berretti dei pittori che facevano pausa. E quella di sciogliere le zampe alle galline che regalavano vive a mio padre per cercare di farle scappare e quella d?insegnare a volare ai canarini che non mi sembrava bello tenerli in gabbia.
Per parecchio tempo la mia casa a due piani era la più alta di un quartiere fatto di case basse, vasci direbbero a napoli e si vedeva tutto cielo a perdita d?occhio dalle finestre, quelle sì le più grandi che abbia mai visto, e il mare con davanti i binari della stazione e i treni che andavano e venivano fischiettando.

Il cielo a ottobre si faceva nero di stormi di uccelli che andavano a sud, vanno in africa diceva mia madre e ad aprile tornava nero per gli stessi uccelli che tornavano a nord.
Poi le case basse cominciarono ad essere sostituite da alti condomini e quattro e cinque piani, al posto del mercato coperto ci misero una scuola. Il mare andavo a guardarlo sul terrazzo.
Il piccolo cortile cambiò i connotati, chiuso ad elle da un alto condominio moderno, ma restava sempre un piccolo cortile ed era facile imparare le abitudini degli inquilini di fronte.
Al primo piano ci abitava una coppia con due bambine più piccole di me, la mamma stendeva i panni alle corde e noi pischelle chiacchieravamo di bambole, vestiti e gatti. Al secondo piano ci abitava un cardiologo affermato con la moglie, avevano appena sposato l?unica figlia e mi sembravano un po? tristi. La moglie era una donna molto bella, tipo monica guerritore ma con i capelli molto corti e crespi e il collo lunghissimo. A pensarci bene era una via di mezzo tra la guerritore e una donna di modì. A volte la sera restavo a spiarla mentre si spogliava attraverso la luce che filtrava attraverso le fessure delle tapparelle del bagno non perfettamente chiuse, la trovavo malinconica.
Al terzo piano ci abitava un impiegato del dazio con la famiglia, moglie e una figlia mia coetanea. La ragazzina era antipaticissima, venivano da firenze e aveva la puzza sotto il naso, me la ritrovai in classe alle elementari e fu una specie di strazio perché scoprii era anche dispettosa, oltre che vanitosa e viziatissima. Al quarto piano abitava un altro medico, aveva un figlio di qualche anno più grande di me e un po? cicciotto ma simpatico, e qualche volta veniva a giocare sul mio terrazzo. Mi avevano regalato una lavatrice giocattolo a batterie: l? avevamo legata sulla ruota della mia bicicletta che era così diventata un motorino, lui rideva a crepapelle di questa trovata e faceva le facce buffe. Al quinto piano ci abitava la signora nucera, col marito pensionato, non avevano figli ma adoravano i bambini così spesso mi invitavano a pranzo. Purtroppo insieme a me invitavano anche la susi del terzo piano. Mi tirava i calci sotto al tavolo e faceva di tutto per stare sempre al centro dell?attenzione. Così è la vita.

Per il resto tutto filava che era una bellezza, a dimensione umana e direi di bambino. Sul terrazzo c?era una piccola stanza lunga e stretta dove riuscivo a ritagliarmi uno spazio prezioso e tutto mio visto che mia madre non ci saliva mai. Aspettavo gli stormi, correvo a rispondere al telefono, scorrazzavo sulle scale, giocavo a palla sul marciapiede?una casa trafficata di gente di passaggio: passava ginetto, militare in Sicilia: lo trascinavo in terrazza da dove mi mostrava venere e le altre. Passava pucci, il figlio di evamaria amica della mamma, aristocratica mezzo inglese mezzo ebrea in giro per l?europa con i suoi mobili vittoriani al seguito. Pucci era innamorato delle patatine fritte di mia madre e io non vedevo l?ora che suonasse al citofono. Parlava di politica con mia madre, che non ne capiva un granchè se non i soliti luoghi comuni. Una volta pucci disse: siamo tutti un po? razzisti. Mia madre: io no. Però non voleva che giocassi in strada col nipote della modista sotto casa perché figlio di ragazza madre.
Passava mario che lavorava a filadelfia e mangiava solo toast, mi rincorreva intorno al tavolo con le pinze del tostapane; passava la signora castagna prendeva solo caffè aveva le vampe e non faceva che agitare un ventaglio sul collo, lamentandosi di tutto del marito e delle figlie dei generi e della nuora soprattutto. Molti anni dopo trovarono il marito impiccato nel garage: come dargli torto? passavano le sorelle travia, portavano dolci fatti in casa e tante smorfie, ciance e vezzeggiativi: tutti i vezzeggiativi che conosco li ho imparati da loro. Quando venivano le suore mia madre mi zizzava tutta e io le costringevo ad ammirare il mio zoo di peluche, sul leone accanto all?asino tiravano un sorriso forzato, capivo che non amavano i bambini ma dovevano fare finta. La signorina marino portava la sorella che si divertiva a fare il trenino e a giocare a nascondino con me. Mia madre diceva che era un po? ritardata ma io mi divertivo da morire con lei, che rideva e si piegava sulle ginocchia proprio come una bambina. Passava Michele, fuoriuscito da tripoli che aveva trovato lavoro presso una grande ottica. Aveva una stanza in pensione e gli mancava la famiglia, veniva spesso a cenare da noi quando finiva il lavoro e la domenica anche a pranzo. Per anni mia madre cercò inutilmente di trovargli moglie. Si sposò solo quando si trasferì in puglia e aprì un negozio tutto suo. Qualche volta lo vedo ancora, le sue figlie sono grandi e io non lo chiamo più pachino come quando veniva a cena da noi.

Poi un pomeriggio mamma e papà vanno a fare una commissione urgente e decidono che sono abbastanza grande per restare in casa da sola, in compagnia della mia amica vittoria. Giustappunto. La sera prima avevo visto di straforo da sotto al tavolo del tinello, nascosta a proposito dalle frange della tovaglia la storia di un?evasione, il buco nel muro: credo che sia un classico. E allora perché non fare un bel buco nel muro del portone e andare a sbirciare i cappelli della cappellaia matta di fianco? Martello e scalpello e all?opera ma anche il nostro, come quello del film che m?aveva ispirata, fu un buco nell?acqua. Perché per compiere l?opera avevamo scelto l?unico punto in cui c?era il pilastro di cemento armato, non saremmo mai arrivati dall?altra parte, cretina, mi spiegò mio padre con sufficienza. Mia madre invece sentenziò che non si deturpa la roba degli altri. All?epoca infatti eravamo in affitto ma io non me ne preoccupavo e nonostante tutto non sono mai stata tanto bene come nella mia casa della libertà.
Poi non ne ho mai conosciute altre.

Non mi riusciva di decidere se somigliare a mia madre o a mio padre.

Un gran casino,
correvo il rischio di far dispiacere comunque qualcuno.

Forse è meglio somigliare a me stesso.


Al liceo avevamo un preside fascista. A quel tempo, metà anni settanta, era colpa grave, gravissima che andava ad aggiungersi al peso della carica e alla responsabilità in anni di certo non facili per avere a che fare con adolescenti impuniti che facevano cascare le dentiere sulla cattedra ai professori e davano fuoco ai banchi nel cortile.
Lui cercava di rimediare a questa colpa riunendo all’ inizio dell’ anno scolastico tutti gli studenti di prima leva nell’ aula magna per un bel discorsetto inaugurale di benvenuti, bentrovati, conosciamoci subito e lasciamo meglio.
Il discorso variava di anno in anno, immancabilmente farcito di aneddoti sui lupi dell?Abbruzzo e le palme dell’ isola di Ave Maria, ma la conclusione era irrimediabilmente sempre la stessa.
Arrivava quando il discorso come per caso scivolava sui diamanti, pietre preziose che brillano per rifrazione della luce grazie al modo con cui sono tagliati, grazie alle loro tante facce che espongono ai raggi luminosi.
- Anche se il diamante è affascinante grazie alle sue mille facce, voi dovrete avere una faccia sola…
(Questo per lui voleva dire coerenza, ma il concetto è discutibile e le cose sono sempre fatte di mille sfumature. La responsabilità per quello che si fa è un’ altra cosa.)
Infine, puntando maestosamente l’ indice contro la platea, concludeva:

- Voi frequentate da oggi una scuola intitolata a Tommaso Campanella. Campanella era un uomo libero che per essere libero si è fatto quarant’ anni di galera. Vi auguro di essere sempre nella vita all’ altezza del nome di questa scuola.

Un preside fascista, sorridente, ambientalista ed estimatore convinto dei valori della libertà, coerente e forse un poco democratico.

Robba da confonderti per tutto il resto della vita.