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Tag: goccedigocce


Zenone. Chi era costui?
Già…e chi si ricorderà mai di un presocratico folle, seppure della scuola di mileto? C’ è una certa categoria di studenti, alla quale appartengo felicemente, per i quali la filosofia inizia con socrate e finisce con aristetele. Gli altri, tutti gli altri, sono filosofi “minori” di cui ci si può facilmente dimenticare classificandoli di volta in volta tra gli ingenui o tra i contorti.
Eppure di zenone, relegato tra gli ingenui, mi ricordo e da un po’  lo sto rivalutando e addirittura amando, per quella che ai pragmatici sembrò da sempre una grande castroneria, ma che i compilatori di testi scolastici, per metterci una pezza a colori, chiamarono paradosso di zenone: nobilitare l’ assurdo…può essere interessante.
L’ allievo di parmenide sosteneva che:
se prendiamo il pelide achille, (hai presente? quello soprannominato piè veloce perché non toccava terra ed era il più veloce del west indigeno?)
bè…se prendiamo detto pelide…
…lo mettiamo in gara con una tartaruga, (anche questa, la tieni presente? l’ animale più lento del terraqueo)…
…diamo un piede di vantaggio(in ossequio allo spirito sportivo, alla tartaruga naturalmente)
Allora…
…il velocissimo dardo, che, bada bene, più veloce non ce n’è, non raggiungerà mai codesta tartaruga.
Cotanta affermazione, con annesso grafico alla lavagna e logaritmo di dimostrazione.
DIMOSTRAZIONE
Tutto l’ impossibile del mondo è possibile nella propria mente, e il Nostro, con molta nonchalance non ha molta difficoltà ad eliminare il rapporto tra spazio e tempo, fondamentale, se vuoi capire come gira il mondo e come mai nella realtà dei fatti puoi dare anche un giorno di vantaggio alla tartaruga che il concorde la raggiunge e la supera.
Ma torniamo al grafico e alla dimostrazione con cui zenone supporta la sua teoria:
per coprire la distanza tra sé e la tartaruga, diciamo AC, il piè veloce dovrà coprire prima la metà di quella distanza, e prima ancora la metà della metà e, di quella metà, ancora la metà. Ma questa metà, sarà ancora divisibile in due e così via, all’ infinito, perché la divisione del segmento della distanza tra achille e la tartaruga possiederà sempre uno spazio, anche se infinitamente piccolo che può essere diviso in due, ab libidum, come diranno i posteri latini. Un rallenti apodittico: Achille in questo modo rischia di non muoversi più e restare fermo sul nastro di partenza.
Riprendiamoci la tartaruga: anche per lei lo spazio da percorrere è un segmento divisibile all’ ennesima potenza, tendente… all?infinito. Neanche lei, aggiungo io, andrà da nessuna parte.

Altro che panta rei, allora, altro che tutto scorre…il fiume della vita…niente è uguale a sé stesso…quello che era ieri non sarà oggi: è un mondo immobile, senza avvenire. La terra non girerà, la notte non seguirà al giorno, è solamente una sua alternativa.
Vuoi sapere adesso che cosa centra questo con me, con la quotidianità, col nostro vivere in un mondo dove la relazione tra tempo e spazio si chiama velocità? Anzi alta velocità, velocità della luce e di più ancora…non te lo spieghi vero, come si posa conciliare tanta ingenuità coi nostri giorni?
Ti faccio una domanda allora, semplice semplice, così vediamo pure dove ti poni tu all’ interno del sistema cartesiano di livraghi: la felicità è un attimo, ma…se questo attimo fosse divisibile?
Pensaci. Tutto può avvenire nella nostra mente, anche mettere fine alla velocità.
Se un attimo di intensità particolare, di magnifica quiete…che ti regala un’ emozione, o uno spazio di felicità, diciamolo pure, se non fosse altro che la distanza tra due momenti meno intensi, meno quieti, o del tutto incazzati? allora questa distanza, questo segmento, potrebbe essere suddiviso a oltranza secondo la formula:

T= t1+t2+t3+t4+…+t(n)

e durare all’  infinito…
Una porta si apre…quando lui è felice gli occhi gli tintinnano d’ argento…sul terrazzo i pink floid si sono fatti un acido da gran riserva e affondano note strette sul piano…I turned and lookeed at you…o forse è il sax di charlie che pressa in salita e resta impigliato sulla punta delle stelle come un?enorme ragnatela sottile e trasparente sopra le teste. Lui è anche uno sconosciuto tra la folla che ti regala una rosa, un bambino che ti sorride dal lunotto posteriore dell’ auto in fila davanti a te aspettando che scatti il verde, lui è tutto il bello del mondo racchiuso in una matrioska di cui non riuscirai mai a trovare la pancia vuota.

E allora, sai che ti dico?  Basta con le fughe in avanti… i salti nell’ iperspazio…le corse a fari spenti nella notte… i voli pindarici. Ho deciso: il mio cielo d’ ora in avanti sarà fatto solo di stelle fisse.

E poi dicono che non sono brava a scuola.


Pensavi fossi partita per la settimana bianca?
Macchè, niente affatto.
Sono stata impegnata invece tra mail e bigliettini di auguri. Di quest’ anno ma anche di quello scorso, li ho spulciati, confrontati, contati, letti e riletti. Ho contato quante volte ricorre la parola felicità. Una cosa…inenarrabile( quanto mi piace questa espressione: inenarrabile…). Un amico mi aveva scritto: ti auguro molta più felicità di quella che ti aspetti.
E io…quanta felicità mi aspetto?
E cos’ è la felicità?
Dalla più profonda antichità se ne è tentatati di dare una definizione e ne è nata persino una corrente filosofica, anzi, più correnti poiché si dibatteva se la felicità fosse il piacere dei sensi, l’  appagamento di ogni desiderio, la virtù, o l’ assenza di timori di vario genere. La tesi filosofica che l’  uomo sia nato per raggiungere la felicità e tenersela stretta fu poi inficiata definitivamente dal cristianesimo. Perché quello che sappiamo per certo è che all’ origine, quando l’ uomo è stato creato e deposto nel paradiso terrestre era felice, felicissimo.
Niente gli mancava e di niente sentiva il bisogno.
Fino a quando non ha mangiato il frutto dell’ albero della conoscenza, che è come una spina nel fianco per la conoscenza, e allontana l’ idea della felicità. E questo conforta la mia tesi che essere felici è un po’ come essere cretini.
E non è una tesi solo mia. Sono in molti a pensare, infatti, che la felicità sia questione di attimi, momenti, fasi acute ed impennate che frammezzano una vita di tribolazioni, pensieri, carenze, desideri e sogni irrealizzati, aspettative deluse, cose confuse.

Personalmente non riesco ad essere completamente felice con tutta l?infelicità che mi sta attorno, a volte sono proprio infelice, e qualche volta sono persino felice di essere infelice: se fossi felice completamente mi sentirei un’ idiota, propendo quindi per gli attimi di felicità, e più che per la felicità per uno stato di benessere, armonia e soddisfazione.
Bisognerebbe capire, quando Camus disse che bisogna immaginare Sisifo felice, che cosa intendeva, a quale felicità faceva riferimento: soddisfazione, compiutezza, un mezzo per fuggire nonostante tutto dalla fatica e dal dolore?
Qualcosa di necessario per sopportare e portare avanti?
Una risorsa a cui attingere e che non vuol dire necessariamente assenza di contrarietà?
Che anche Camus si sia posto il problema, anzi, la necessità della felicità è inquietante.
E quello che mi sembra singolare è questa capacità umana, sia a livello individuale che come immaginario collettivo, di creare immagini e concetti, di dare un nome agli stati d’ animo e di renderli universalmente fruibili.
Posso andare indietro nel tempo e ricercare con la memoria l’ età e il momento in cui ho cominciato a pensare alla felicità come meta e a chiedermi cosa fosse in fondo questa felicità, a darle una connotazione. Che vuol dire iniziare una ricerca sulle cose importanti, quelle che contano e di cui non si può fare a meno, quelle che dovrebbero dare la felicità.
Ma questo è un discorso razionale, teorico, come tanti hanno teorizzato, che ancora una volta non tiene conto del fatto che la felicità è un fatto del tutto irrazionale, una produzione immaginaria relativamente indipendente: un giorno sei incazzato nero, qualcuno ti porge un fiore e all’ improvviso sei tutt’ uno con l’ universo.


Una società edonistica è una società che vuole tutto, tutto il bene possibile. E una società che vuole tutto alla fine è una società che non sa più scegliere, per il semplice fatto che non sa più rinunciare.
In quella libertà che è la possibilità e la capacità di fare scelte è implicita la rinuncia.
Mi sembra logico: se prendo qualcosa, automaticamente rinuncio ad un’ altra cosa.
Spesso succede così.
Questa logica così naturale spesso cozza con il desiderio irrazionale di avere tutto e di non dover rinunciare a nulla, perché la rinuncia, comunque ci costa fatica.
La scelta presuppone un lavorio.
Una società edonistica che persegue la felicità a tutti i costi non contempla l’ idea della rinuncia, né quella della sofferenza legata alla mancanza.
Espellere l’ idea della sofferenza è uno dei primi impegni di una società impegnata sul fronte del benessere in quanto valore primario, assoluto.
L’ edonismo, idea di felicità a qualunque costo, privando la nostra sfera di valori dell’ idea di rinuncia ci priva implicitamente della libertà, libertà di scegliere “a qualunque costo”.

Una società edonistica urla quello che vuole, non desidera, e proclama il proprio diritto ad ottenere, non spera. I suoi consociati sono, esistono, in funzione di ciò che ottengono e della soddisfazione dei desideri che esprime, i quali da legittimi diventano vitali, assoluti, estremi. Senza scrupoli di sorta.

Abituati a chiedere ed ottenere tutto noi non sappiamo più affrontare l’ idea della privazione, della morte, della sofferenza fisiologica.
L’ elaborazione del lutto avviene prima del lutto.
Il desiderio è solo l’ argomento di un’ equazione.
Quanto questo può farci bene?
Quanto è normale?
Quanto naturale?

nella foto: manifesto di luca autelli

goccedigocce:48580 e inoltre…

Dic 31
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Tra le tante iniziative attivate per aiutare la ricostruzione nei paesi colpiti dalla catastrofe segnalo questa per la città di ROMA:
per tutto il mese di gennaio chi farà la spesa nei supermercati SIR farà andare 10 centesimi alle popolazioni stremate dal dopoterremoto, in particolare i fondi raccolti andranno all’UNICEF.

La brutta notizia è che ci sono le notizie dei primi feriti per i botti di capodanno. Se li evitate e devolvete una somma alle varie organizzazioni umanitarie che si stanno occupando dei paesi dell’Asia distrutti dal terremoto fate bene a voi e fate bene a loro. Basta poco, che ce vò?

goccedigocce: il tuo aiuto subito

Dic 31
Senza categoria


In quest’occasione ognuno sta rinunciando a qualcosa per le festività di capod’anno. Ai botti per esempio, città come Napoli e Roma hanno deciso di devolvere la spesa stabilita per i colpi in aria di capod’anno alle popolazioni colpite dal terremoto. Era ora perchè sarebbe una bestemmia buttare soldi in fuochi d’artificio mentre ci sono popolazioni che hanno perso tutto, in altre occasioni le amministrazioni comunali non hanno avuto pari sensibilità.
Ci sono svariate organizzazioni umanitarie che raccolgono fondi e la banca mondiale ha stanziato una cifra sostanziosa per la ricostruzione.
Questa era la buona notizia.
la cattiva notizia è che stanno arrivando confezioni di medicinali prime delle indicazioni terapeutiche: scatole che non si sa a che servono. e non è la prima volta.