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Tag: goccedialice

goccedialice: Simic, bocciato

Feb 14
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Autore Charles Simic, titolo Hotel Insonnia.
Nome accattivante, titolo intrigante, volume di piccole dimensioni bella copertina verde malva, che anche l?occhio vuole la sua parte. Il prezzo, quello non conta quando c?è di mezzo una buona lettura.
Ma questa secondo me non lo è.
Il curatore del volume, Andrea Molesini, parla dell?autore nato a Belgrado nel 1938 ma di fatto cresciuto negli Stati Uniti dove insegna letteratura inglese all?Università del new Hampshire(mai sentito). Il curatore, dicevo, descrive questo autore sul retro della copertina con parole superbe, alla lettera: ironico, guizzante e tenero poeta maestro della lirica breve e della spezzatura; il suo mondo folto di immagini balenanti è una sottile tenace esplorazione di quanto ci sta intorno. L?insonnia è la sua malattia. Il suo sguardo, attratto dalle zone di confine, si posa spesso su una regione sospesa tra il sogno e la veglia, la fantasticheria e la contemplazione, in cui il lettore si trova, in un primo momento spaesato. E ancora, le sue parole ricreano fotogrammi dall?inquadratura decentrata, ritraggono dettagli della realtà per mostrarne l?elemento alieno che vi è inglobato, allegramento terrifico, eppure consueto, eccetera eccetera eccetera e conclude il tono discorsivo, il lessico semplice, la sintassi elementare e il verso libero danno forma a visioni terse, sorprendenti quanto icastiche, trama di un cantare zingaro che costeggia la morte opponendole il sorriso di un intelligenza ardente quanto vigile.

Belle parole. A conferma che spesso la fortuna di un autore è fatta dai critici e dai curatori.
E conferma del fatto che ho ben poca propensione verso la letteratura americana, e questa non avrebbe dovuto esserlo, visto che l?autore è nato a Belgrado, avrebbe dovuto comunque avere un certo retroterra. Ma non esiste traccia, tra le righe di una cultura europea attenta al particolare senza perdere di vista l?insieme.
La poesia, lo ammetto, è un fatto di retroterra di emozioni che come un venticello improvviso va a sollevare, come polvere e sabbia immobilizzate a terra dalla forza di gravità. Queste poesie invece, non mettono in moto niente, non fanno prendere il volo a niente. Restano gusci vuoti, privati di ogni contenuto in un, secondo me forzato e ostentato, minimalismo. Contro cui non ho niente, se comunque riesce a suscitare emozioni.
Quel gioco, quello splendido gioco di alternare visioni della parte a visioni del tutto dove nel tutto non si perde di vista la parte e nella parte non si perde di vista il tutto, credo riesca particolarmente agli orientali e alle culture radicate.
Rare invece tra queste pagine le immagini evocative, la parola non vibra e si aggira scarna e muta alla ricerca di un alito che la rivitalizzi. Chiaro sia che è e resta una mia opinione.
Difficile trovare qualcosa da salvare, qualche verso qua e là, come questo:
-Le stelle- impronte di denti sulle matite dei bambini?
Un tenero, minimo accenno di volo.
Per il resto, visioni troppo private, troppo particolari per trovare condivisione.

Per animare un pezzo di legno ci vuole un tarlo. Oppure un incantesimo.

Riferimenti: se vuoi leggere una di Simic


Oggi è il compleanno di una cara persona.
Avevo pensato di regalargli una grotta di ibernazione perché potesse arrivare integro ad un secolo futuro di sua scelta.
Poi in effetti una grotta di ibernazione non so se esiste e se esistesse probabilmente sarebbe fuori dalla mia portata e dopo tutto, detto tra noi, potrebbe non essere una felice idea…nel senso: ma chi l?ha detto che il meglio deve ancora arrivare??

Così gli mando i lingottini( virtuali che sono pure i suoi)
e una pagina di Vincenzo Consolo da:
Il Sorriso dell?Ignoto Marinaio. E? una pagina a cui tengo moltissimo.

Apparve la figura d? un uomo a mezzo busto. Da un fondo verde cupo, notturno, di lunga notte di paura e incomprensione, balzava avanti il viso luminoso. Un indumento scuro staccava il chiaro del forte collo dal busto e un copricapo a calotta, del colore del vestito, tagliava a mezzo la fronte. L?uomo era in quella giusta età in cui la ragione, uscita salva dal naufragio della giovinezza, s?è fatta lama d?acciaio, che diverrà sempre più lucida e tagliente nell?uso ininterrotto. L?ombra sul volto di una barba di due giorni faceva risaltare gli zigomi larghi, la perfetta, snella linea del naso terminante a punta, le labbra, lo sguardo. Le piccole, nere pupille scrutavano dagli angoli degli occhi e le labbra appena si stendevano in un sorriso. Tutta l?espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell?increspatura sottile, mobile, fuggevole dell?ironia, velo sublime d?aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà. Al di qua del lieve sorriso, quel volto sarebbe caduto nella distensione pesante della serietà e della cupezza, sull?orlo dell?astratta assenza per dolore, al di là, si sarebbe scomposto, deformato nella risata aperta, sarcastica, impietosa o nella meccanica liberatrice risata comune a tutti gli uomini.

Avrei potuto fare di meglio… eh?
… ma che colpa ne ho io se è gennaio?

Riferimenti: troppo buoni….

goccedialice: Il Gioco Preferito

Gen 17
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Il Gioco Preferito è….cadere dall?albero e non apprendere il dolore.
Il Gioco Preferito è lasciarsi cadere in volo tutti insieme sulla neve intatta e bianca con braccia e gambe allargate e rialzarsi cautamente, facendo attenzione a non rovinare l?impronta sul manto fresco, infine andar via lasciandosi alle spalle un ?bellissimo campo bianco di sagome simili a fiori, con steli di impronte di piedi.?
Il Gioco preferito è misurare la distanza tra sé e le cose che accadono, tra sé e gli altri.
Il Gioco preferito è stare nelle cose che accadono.
E? viaggiare di notte lasciandosi dietro i fili del telefono che giocano a rimpiattino, sapendo che non c?è nessuno che ti aspetta.

Va letto cautamente questo libro di Leonard Cohen, perché ?in ogni cosa c?è una crepa, è così che entra la luce? come dice in Anthem, e bisogna aspettare la crepa. Bisogna aspettare la luce. Ecco perché il Gioco Preferito non si fa leggere tutto d?un fiato.
Va letto con lentezza. Perché ogni pagina ha un?eco e bisogna aspettare che ritorni.
Va letto con il silenzio, perchè ogni pagina è uno spartito.
Le note descrivono la musica, ma ancora non la suonano.
Ogni pagina ha una tessitura semplice, minimalista, quasi arida che diventa splendida nello spessore delle immagini che riesce a proiettare.
Lentamente, bisogna lasciarsi andare nel gioco dell’ipnosi e farsi attrarre dal magnetismo dei buchi neri della coscienza che come in un gioco di prestigio il Gioco Preferito fa apparire,lascia solo intravedere, smantella con naturalezza disarmante. Si ritorna con un pezzetto di consapevolezza che prima restava in ombra.
Ogni frase col suo distacco apparente, col suo asetticismo quasi chirurgico, ti regala la libertà di riempire come vuoi i dettagli. Ti concede di decidere se riconoscere la tua crudeltà mentale, quella che ognuno di noi ha in regalo come bagaglio da viaggio.

Nessun onda emozionale che non sia totalmente tua, Cohen sta lì a raccontarsi, non vuole niente da te, non ti chiede né lacrime né emozioni ma alla fine sai, che insieme, avete dipinto il quadro della vita.
E credo che Cohen sia perfettamente consapevole di questo, a lui non basta il grossolano scuotersi delle emozioni che passano in fretta e non lasciano traccia. Lui, sottilmente, te ne traccia chiede la trama.
Ci sono parti del libro, frasi, sulle quali mi soffermerei un tempo interminabile per lasciare che compino a fondo il loro disegno. Questa, all?inizio del secondo libro, è una di quelle.

Breavman adora i quadri di Henri Rousseau, il modo in cui ferma il tempo.
Sempre è la parola che si deve usare. Il leone annuserà sempre le vesti della zingara addormentata, non ci sarà nessun assalto, non ci saranno budella sulla sabbia: si esprime l’incontro assoluto. La luna, anche se è condannata a viaggiare, non tramonterà mai dalla scena. Il liuto abbandonato non reclama le dita. E’ pieno di tutta la musica che gli serve.

In mezzo alla foresta il leopardo atterra la vittima umana, che cade più lentamente della Torre di pisa. Non raggiungerà mai il terreno mentre guardate, e nemmeno se vi voltate dall’altra parte. E’ a proprio agio nel suo stato doi squilibrio. Le foglie e le membra intricate alimentano le figure, in un modo che non è nè maligno nè benigno, ma naturale, come boccioli o frutti. Ma il fatto che la funzione sia naturale non ne diminuisce il mistero. In che modo la carne animale e quella vegetale sono connesse?
In un altro luogo le radici sostengono una coppia di sposi o un ritratto di famiglia. Voi siete il fotografo, ma non potete mai uscire da sotto il drappo nero o azionare la peretta di gomma o perdere l’immagine sul vetro ghiacciato. c’è violenza e immobilità: gli umani sono coinvolti, e a loro agio in antrambi i casi. Non è la loro foresta, i loro abiti sono abiti da città, ma la foresta sarebbe spoglia senza di loro.
Ovunque si producano violenza o immobilità, lì è il centro del quadro, non importa quanto minuscolo o nascosto. Copritelo con il pollice e tutto il fogliame ne muore.

Il Gioco Preferito è coprire la luna con il pollice e guardare il fogliame cadere.

(dimenticavo, quello che resta della foto è un quadro di Henry Rousseau).

Riferimenti: Cohen il silenzioso

goccedialice

Ott 17
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Il mio psicanalista ha detto che non devo preoccuparmi, siamo tutti un po’ schizzofrenici. Vuol dire che sviluppiamo tutti diverse personalità, chi più chi meno. Come dire che nessuno è completamente buono e completamente cattivo, poi stai a vedere chi prende il sopravvento. Il pensiero di ospitare diverse personalità dentro di me, non mi piace molto,troppa gente può creare troppa confusione e francamente considero improbabile mettere tutti d’accordo; ad ogni modo devo adattarmi, se lo dice lui sarà così. Ne prendo atto.

Riferimenti: il mio psicanalista ha detto che non devo preoccuparmi