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-E dai…digli qualcosa!

                                                 Digli qualcosa di sinistra, ma anche di destra….

Butto un’occhiata verso il tappeto, alzo il sopracciglio, torno sulla pagina che sto leggendo.Ma prima, con voce afona:

                                                          -Sta buono a cuccia e non rompere.

 

-Questo è di destra…. e’ di ESTREMA  destra….Vieni con me Laky va, andiamo a fare i figli dei fiori, andiamo a farci una canna

 

 

La Casta ha pure la polizza vita. I Cinque Stelle la denunciano come un servizio non necessario e “intollerabile”. E’ la convenzione che, in caso di morte dei deputati in carica, prevede per gli eredi cifre fino a 500mila euro, per un costo annuale assicurativo di oltre un milione. Alcuni parlamentari 5 stelle chiedono di mettere la questione all’ordine del giorno.

 

Questo, pubblicato sul mio profilo fb, mi ha fatto venire in mente una cosa, la vita di mio padre, privilegiata in fondo rispetto a tante altre vite. Privilegiata già nel fatto che lui ha potuto studiare, che veniva da una famiglia di diplomati e laureati, però ha studiato. Lui non si è laureato mettendo i biglietti di cartamoneta nel libretto, a quei tempi usava poco e del resto il suo modo di fare il medico non avrebbe lasciato spazi a dubbi. Lui sentiva forte la missione del medico, era un clinico e amava fare il clinico, amava, come diceva qualchevolta, aggiustare la macchina perfetta, quella che dio aveva reso tale ma che nella sua perfezione di tanto in tanto subiva guasti e deterioramenti. Per essere svegliato di notte, per alzarsi da tavola durante il pranzo del giorno di Natale, per lasciare la sua famiglia sul pianerottolo con le valige pronte per le vacanze e correre da chi lo aveva chiamato d’urgenza, perché un tempo il medico faceva il medico 24/24 h, alla fine della sua carriera mio padre percepiva 5.000.000 circa di vecchie lire.  La sua famiglia ha vissuto dignitosamente, senza arricchirsi,   con l’euro la sua pensione è  assestata intorno ai 3.000 euro, decisamente un privilegiato. La reversibilità di mia madre, alla morte di mio padre, si è assottigliata  per la quota stabilita dalla legge ma le consentiva ancora di pagare le tasse, le utenze, le spese farmaceutiche, fare la spesa, rinnovare con gli sconti un po’ di guardaroba e aiutare a turno noi tre figli, disoccupati e con famiglia. Da qualche tempo però la pensione di reversibilità che mia madre riceve è vittima di tagli saltuari e selvaggi che l’hanno ricondotta a poco più di 1600 euro. Io cerco di consolarla, le dico: pensa a chi la pensione non la prende proprio….

                                                                                                              Per una volta sono d’accordo con un ministro della Repubblica, e sono d’accordo con la Cancellieri, Ministra di Giustizia quando parla di casta d’avvocati, ed è tanto vero, che gli avvocati montano su tutte le furie.

Una società che voglia dirsi “civile” dovrebbe poterla fare finita con gli azzeccagarbugli e dovrebbe formare una classe di professionisti del diritto in grado di conciliare i cittadini con l’impianto normativo di un Paese. Il compito dell’ avvocato, insomma dovrebbe avere un alta valenza sociale e civile: fare capire cosa è lecito e cosa non lo è, cosa si può e cosa non si può fare per legge, quali comportamenti siano legittimi e quali antisociali secondo ciò che sancisce la legge. Dura lex, sed lex.  E invece? invece il bravo avvocato lavora all’ombra del “fatta la legge, trovato l’inganno”, e il cavillo,  l’obiezione,  il coordinato disposto, l’ombelico del diavolo per conciliare l’inconciliabile e darla vinta, comunque , al suo cliente. Giudice permettendo.

Si dà spesso al giudice la colpa delle lungaggini del processo, ma nel processo il giudice non è solo e lui è anche stipendiato. Il motto dell’avvocato, quello che non sta incorniciato nella sala d’attesa del suo studio è : CAUSA CHE PENDE, CAUSA CHE RENDE.

Quindi è per quello che si adopera, e solo per quello. La sua parcella e la sua tasca: non per la difesa della giustizia, la tutela dei diritti e la ricerca della verità. Cosa che ha portato oltre ai tanti e diversi guasti anche alla maturazione dell’idea che, a fianco alla verità storica, reale, ne possa sopravvivere e a volte anche su quella prevalere, una verità processuale.

Ma quando la verità processuale non combacia, non si identifica con la verità reale, quella vissuta e “vera” non è forse il fallimento dell’idea stessa di giustizia di cui un tribunale dovrebbe invece lo specchio?

L’errore a monte: amministrare la giustizia in nome del popolo come c’è scritto dietro la testa, o davanti ai piedi del giudice, quando invece la giustizia andrebbe ricercata in onore alla verità. Quella storica possibilmente, quella dei fatti, dimostrati e dimostrabili e non una malsana ricostruzione affidata all’abilità o all’inerzia dell’avvocato di turno, alle sue acrobazie o alle sue incapacità, legittimata alla fine come verità processuale e data in pasto alla storia perché la digerisca e la faccia diventare “giustizia è fatta”.

L’ultima trovata della nostra società plaudente figlia di berlusconi e nipote di craxi, cresciuta nel mulino bianco e pasciuta a merende ferrero è:   “il meglio è nemico del bene”

L’ho sentita più volte questa cosa. la prima volta non ci ho fatto caso più di tanto, anzi ci ho quasi creduto, ipnoticamente, e ho pensato: perché fare un ottimo ragù, se basta farne uno buono? e visto che ne basta uno buono, perchè metterci dentro il macinato?  Forse, è sufficiente una coscia di pollo, o addirittura l’aroma di una coscia di pollo. E visto che non c’è dentro che l’aroma di una coscia, perché stare lì a girarlo e sorvegliarlo questo ragù, mentre rassetti i letti, ti lavi, ti trucchi o stiri e togli qua e là un po’ di polvere: mettiti a leggere un bel libro appassionante tra un bicchiere di tè freddo, una sigarettuzza e i piedi a mollo coi sali quelli buoni, quelli sì buoni…al peggio il mio ragù sarà bruciato, con quel bell’aroma di bruciato di montagna

Questa storia mi assomiglia tanto a quell’altra, in voga qualche anno fa: i figli….conta la qualità del tempo, non la quantità. Amica, per fare un uovo sodo ci vogliono sette minuti sette…se poi vuoi una coque bastano tre molto intensi.  Era difficile capire che la quantità a volte fa parte della qualità, e così, in molti casi, non si ebbe né la quantità né la qualità.

E prima ancora fu difficile capire che se la forma può anche non avere contenuti, è difficile che in questo mondo possa esistere un contenuto senza forma. Eppure su questo principio ci abbiamo fatto una e più rivoluzioni, a dimostrazione che la forza dell’ignoranza conta più delle idee.

E quest’idea del meglio che è nemico del bene è tornata più volte, da più voci, e adesso circola libera nell’etere e suscita plausi e cerca consensi e più consenso trova, più plauso suscita e più ingrassa: a me pareva ingenuamente che il male fosse nemico del bene, sebbene, lo ammetto il mio mondo è fatto di un’infinita scala di grigi, che vanno da un bianco ad un nero e nel mio mondo il male è nemico del bene e non fare è peggio che fare male.

A me, cresciuta con altogradimento e un mangianastro sfasciato che facevo merenda col panino con la frittata preparato da mamma e tutt’al più dalla tata, avevano detto di fare del mio meglio e non mi avevano parlato di certe inimicizie. Mi hanno detto che quando si punta al meglio  forse si evita il peggio, il bene viene da sé, solo se ci si adopera per il meglio.   E poi si chiedono da dove nasce questa crisi….forse bisognerebbe far leggere loro le leggi del professor Cipolla…forse bisognerebbe chiedersi perché bisogna accontentarsi di un semplice “bene” che magari guarda al meno peggio  e non si è più capaci di fare del proprio meglio.

Bisognerebbe allineare i pensieri, evitare le parole a vanvera o, come solito suol dirsi

le “parole in libertà”.

Strano concetto, perchè, alla libertà di parola ci abbiamo tenuto, e ci teniamo, guai a chi ci tappa la bocca ma…le “parole in libertà”, sono un pensiero che un po’ ci raccapriccia.

Tornando ai pensieri, che andrebbero allineati, per esempio con la storia. Una storia, per esempio, è il sogno spinelliano di un’Europa unita e solidale, i cui Stati membri si baciano e s’abbracciano e mai penserebbero di fagocitarsi l’un l’altro, così come lui vide succedere sotto i suoi occhi, grazie ad una Germania che, all’epoca, aveva anch’essa un sogno, ma un po’ più bellicoso.

Un’altra storia è, la storia degli Stati.

E quando si parla di architetture costituzionali, istituzionali, andrebbe tenuta presente per capire se si ha a che fare con castelli in aria, castelli di sabbia o castelli comuni. Che poi, un conto è il castello che si vorrebbe costruire, altro è quello che si è capaci di far venire fuori.

Ma quando si parla di modificare l’architettura delle istituzioni, non so, davvero non so, se chi ne parla ha in mente il nodo cruciale. Per esempio, candidare i rappresentanti parlamentari per non più di due mandati legislativi rappresenta una soluzione a qualcosa?

Torniamo allo Stato, entriamoci dentro.

Lo Stato nasce da un’idea personalistica del territorio, una enorme signoria in cui il proprietario è tutto, è Padrone e Signore. Chi abita, circola, utilizza, il suo territorio lo fa grazie ad una liberalità del Signore stesso, che comunque va contraccambiata mediante tasse e gabelli, servizi e prestazioni obbligate.

Nello spazio di pochi secoli ( e questo è un punto a favore della confusione e dello stordimento che ci sta attorno) questa concezione è radicalmente cambiata, almeno nelle intenzioni.

Lo Stato, nell’epoca attuale, è vissuto come un territorio comune e un Ente erogatore di servizi per la popolazione che occupa il territorio. Da un lato è proprietà di tutti, dall’altro è un ‘entità indistinta e già solo per questo irresponsabile.

Il Parlamento. I primi Parlamenti, quando nascono, hanno la funzione di limitare il potere aristocratico, il signoraggio, la sovranità più o meno illuminata. Ricordate la conquista del suffragio universale? Qualcuno poi ha pensato bene di assegnare a quest’organo il compito di fare le leggi, oggi, il Parlamento, nell’architettura costituzionale fa le leggi. Eccome se fa le leggi…perchè nessuno dica che il Parlamento non fa un accidente, lui fa leggi in continuazione, sforna fogli stampati come una stampante rotta.

Chiunque a naso capisce che c’è qualcosa che non va. Ovviamente, per gli Stati costituzionali, il Parlamento con i suoi riti e le sue elezioni, resta un tassello importante della difesa delle garanzie per cui si pensa di ovviare ai disservizi avanzando l’ipotesi impedendo una sorta di “carrierismo” politico.

Cambiare tutto per non cambiare nulla. Ma se i primi parlamentari avevano a cuore che la popolazione non morisse di gabelli, e i secondi che interessi corporativi venissero presi in considerazione, se non del tutto tutelati, i parlamentari di oggi cosa sono? Espressione di interessi organizzati nei e dai  partiti politici, attenzione, i partiti politici: c’è una bella espressione di Pasquino che li definisce la cinghia di trasmissione tra i cittadini e le istituzioni. I partiti politici sono ancora in grado di organizzare consensi e tutelare interessi? E nel processo decisionale sono in grado di esprimere competenze? Le giuste competenze?

Oggi che non c’è più ( o non dovrebbe esserci) la Corte, atta solo ad organizzare feste, rifocillare le truppe e riscuorere balzelli, ma uno Stato che deve esprimere un’amministrazione complessa di tutele e garanzie, di manutenzioni e manufatti pubblici, di “redistribuzione delle ricchezze” come si diceva pomposamente un tempo, oggi che lo Stato non è più una macchina da guerra ma deve essere un’efficiente macchina di cittadinanza, perchè un politico non dovrebbe essere uno formato alla politica?

In fondo il medico, o l’ingegnere, l’avvocato e il maestro, per fare quello che fanno studiano e si preparano alla professione. Per fare funzionare la macchina dello Stato bastano invece i voti, il consenso popolare, ottenuto magari con promesse di posti e favori vari. E il Parlamento perde di senso. I ministeri, con a capo i ministri espressi da questo tipo di Parlamento, perdono di senso. E la macchina amministrativa, funziona ancora da sè, senza il controllo popolare, anzi con la complicità a volte inconsapevole di ministri spesso impreparati e confusi. I burocrati restano al loro posto, padroni assoluti di un’organizzazione che li pasce e li arricchisce, a spese del povero cittadino, ancora una volta gabbato, vessato e ridotto in catene: pagare, devi solo e sempre pagare. La legittimazione questa volta è: lo Stato Sociale.

Io vorrei proprio capire quanto dei soldi che vengono prelevati coattivamente vanno allo Stato Sociale e quanto agli stipendi dei vari burocrati imboscati nella pubblica amministrazione.

l'immagine potrebbe essere soggetta a copyright

 

(arcobaleni dell’anima)

C’era un tempo…

C’ era un tempo in cui dame e cavalieri s’inchinavano al passaggio della bellezza, dispensavano piaggerie e baciamano  al potere. Gli stessi, appena al riparo di colonnati e bei ventagli, origliavano e  bisbigliavano,  sobillavano e cospiravano, spandevano veleni e affilavano pugnali alle spalle dell’ignara bellezza, del potere suomalgrado. C’era un tempo in cui le dame tessevano l’ordito e i cavalieri ordivano le trame, insieme tenevano i fili di intrighi, macchinazioni e complotti non tanto perché scontenti  che il loro destino fosse d’inchinarsi ma perché intolleranti a  chi poteva permettersi di non farlo, oppure aveva scelto di non farlo.

C’era un tempo e c’è anche adesso.

 

“…il cielo ha conformato questo cumulo

di meraviglie solo per la dimora

d’un serpente?…”

(p.corneille)

 

Lo so, non ho progetti, non faccio progetti e se li faccio poi li disfo. Non mi piacciono i progetti, mi piacciono i viaggi, e le apparizioni. Non ho progetti e non ho interessi che vadano oltre il piumaggio degli angeli: non gioco a carte, non stendo il bucato fuori al balcone, il mio parrucchiere è muto. In compenso suscito invidia, molte invidie, mi rendo conto, per il mio candido menefreghismo impermeabile alle convinzioni benpensanti, ai condizionamenti di usi e consuetudini. La mia leggerezza, scevra di preoccupazioni e  terreni affanni preoccupa, incupisce e soprattutto: ingelosisce. La mia bellezza fatta soprattutto della mancanza di rughe dovute a bieche miserie, beghine rampogne, e piccole ambasce da marciapiede, acceca.

Il problema è

che io nel mio castello regno sovrana

del mio castello abito la torre più alta

quella a contatto con nuvole e stelle

con ampi panorami e sconfinati voli

 

Taumaturgica sono io

E per tre volte ho tenuto la vita

Sotto  le mani

Deviando il corso del destino

Adesso

Per esempio

Mi godo il riposo e del tempo

 L’ora di luce più bella

Quella che ha appena piovuto

E piccole gocce appassiscono sui vetri attraversati di luce grigia

Di un cielo meravigliosamente grigio

Con una luce infondo all’ orizzonte

Che fa presagire

Che da qualche parte c’è il sole.

 

In tutto questo mi viene in mente che colui, colei e coloro che hanno bisogno di mentire e cospirare per difendere un loro diritto,  non hanno diritti. Per questo:

a te Giuseppina, mucca Carolina, che spudoratamente hai asserito il falso in assenza di contraddittorio, davanti a un tribunale della Repubblica, auguro e spero di venire a sapere che sei morta affogando nel tuo stesso vomito. Verrò al funerale e bacerò i tuoi figli, in piena osservanza delle tradizioni mafiose? Non so, se mi andrà quel giorno, se non avrò altro da fare…forse, chissà

 a te, Carla, brutta scorfana delle montagne che riesci ad essere gentile solo a stomaco pieno e perciò mangi dalla mattina alla sera, e stai sulla terra come una quartara su un incrocio di piastrelle che il mastro ha faticato a mettere a livello e alla fine ha solo potuto guardare storto e sospirare. A te che sei stata fonte di imbroglio e frode, e hai piantato gineprai  nel mio  feudo pacifico, sincero e trasparente, auguro poca cosa: di restare cieca. Occhio che non vede, cuore che non duole. Dovranno dolerti le ossa invece, nonostante il lardo che le accompagna, ogni volta che inciamperai sui tuoi passi, che ti tireranno falso. Lo so che pensi quando pensi di esserti premunita, nascendo strabica e con un occhio mezzo chiuso: c’è chi te li chiuderà  tutti e due, non temere. Ovviamente, non riuscirai più a tagliarti le unghie, così dovrai mangiartele e insieme ti mangerai le dita. Consolati. Ti resterà l’olfatto, così che potrai sempre sapere dove sei finita con la faccia.

Alzo il calice e affido all’alto la mia vendetta. Che sia dura, implacabile e irreversibile.

Un letto di spine invece l’auguro a quel faccendiere di tuo fratello Matteo, pallone d’aria compressa in uniforme da finanziere, grazie a lui il tuo raggiro è stato perfetto, grazie a lui e non solo a lui, si è resa possibile la strategica assenza del contraddittorio. Chissà che una notte buia e senza stelle non gli facciano fare posto di blocco e lui non debba alzare la paletta contro un tir corazzato e agghindato come un albero di natale guidato da un autista stanco, ubriaco e incazzato nero con la moglie, sorpresa a trombare con un maresciallo della finanza. A tuo fratello auguro una buona visione.

 

 E io? Io non mi faccio sporcare

Dove ho tagliato un pino ho piantato un lauro

Taumaturgica sono

Del mio castello sono sovrana

Mi godo il grigiore sopito del cielo

Che mi dice che

Da qualche parte c’è il sole

 

 

 

 

 

 

 Sento tanto in questi giorni parlare di Europa, scomodando persino lo spirito di Spinelli a voler giustificare la strada intrapresa e il voler a tutti i costi, a qualsiasi costo, non volerla abbandonare.

Ora, tolto che i sogni di Spinelli, o di Mazzini, non devono per forza essere i nostri, tolto che mutatis mutandis, bisogna coltivare sogni ( magari i propri) ma non perdere mai di vista la realtà, forse, dico forse, occorre tenere presente un paio di cose:

se parliamo di sogni, di solito quelli che si avverano più che sohni sono premonizioni, salti nel futuro, disegni avveniristici. Icaro sognava di volare, noi oggi lo facciamo, ma non con ali di cera. Questo è il contatto con la realtà.

La realtà dell’Europa è solo il sogno. Chi ha pensato che l’Europa potesse diventare l’Unione degli Stati d’America “de noartri” non ha fatto i conti con due elementi molto importanti: il primo è la lingua, il secondo è il nazionalismo. Gli Stati Uniti fanno i conti con una lingua unica, cosa che a noi manca e la sua popolazione si sente unificata dall’essere migrante, dal provenire da un posto altro. Contrariamente alla popolazione Europea, che trova nel nazionalismo la propria prima identità,  la popolazione statunitense si identifica nell’atto della dichiarazione dei diritti dell’uomo. Ovviamente queste sono quisquiglie.

Non bisogna dimenticare però che i primi atti di un abbozzo di Europa unita, riguardarono necessità commerciali, di libera circolazione delle merci e da accordi commerciali partirono i primi trattati unificatori.

Un’altra necessità  prioritaria riguardava la possibiltà di conflitti tra gli Stati Europei e di possibili ambizioni espansionistiche che l’Unione Europea avrebbe limitato o del tutto annullato, e questa è l’anima del sogno di Spinelli.

Credo che il problema della soluzione delle controversie tra Stati mediamente industrializzati venga nella realtà neutralizzato dalla gestione del nucleare e che il piano delle conflittualità si sia solo spostato: dal lato strettamente bellico ci sono moltissimi Paesi che non hanno l’atomica e su cui si può tranquillamente andare a giocare alla guerra con le più svariate scuse, dal lato dell’orto di casa propria  si è scoperto che ci sono tanti modi per fare una guerra, per conquistare e invadere l’orto del proprio vicino e la politica monetaria è  uno di questi modi.

Per cui alla fine, i paradosso mi sembra questo: l’Europa unita, incastonata nel mondo occidentale industrializzato esporta democrazia nei Paesi sottosviluppati a suon di missili (???) mentre al tempo stesso  sviluppa in casa propria raffinate forme di dittatura. Portiamo aiuti, fabbrichiamo ospedali e scuole nel cuore dell’Africa mentre i nostri imprenditori si suicidano schiacciati dalle politiche monetarie europee, la nostra scuola muore e i nostri ospedali chiudono.

Vorrei tanto sapere che ne pensa Altiero Spinelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuda indubbiamente, il traditore.

Ma, Giuda che tenta disperatamente di sfuggire al suo destino, Giuda senza via d’uscita?

Giuda con davanti solo un albero ad aspettarlo.

L’umanità oggi ha più cose in comune con Giuda, forse, goccedigocce che con Cristo.

 

 

Non sempre la realtà supera la fantasia…

 

 

Spy_game 2001

 

                                                                             

                           Per scoprire che la Chiesa è ipocrita Lucia Annunziata ha dovuto aspettare la morte e i funerali di Lucio Dalla
 
Annunziata?  Ma dove vivi?
 
E’ è un’ingenua o la prima ipocrita è lei
 
 
Va bene. Allora, faccio la seria: A chiunque si dovesse chiedere, come Lucia Annunziata, perchè la Chiesa ha (ipocritamente) acconsentito a fare i funerali in Chiesa
ad un uomo gay( che però gay non si è mai dichiarato e non ne aveva l’obbligo)
 
CONSIGLIO, di chiedersi piuttosto come mai un noto criminale di nome Luigi De Pedis( indubbio che fosse criminale, indubbio che la criminalità riguarda tutti) sia sepolto nella basilica romana di Sant’Apollinare.
Ho finito.