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Categoria: goccedisally

Sono quelle cose per cui vorresti poter tornare indietro, le cose irreparabili. Sono quelle cose per cui riesci anche a fermare il tempo, per un istante interminabile e illusorio: indietro non si torna.

E’ per quelle cose che hanno inventato il tatuaggio.

E la cosa orribile è che la gente dice: Bello! Ma non ne conosce il significato.

 

(ai ragazzi)

Lo so…

invidi il tuo amico perché ha una mamma che non brucia le bistecche e fa un sugo succulento…

ma quando ti ho messo in guardia dicendo:

“stai attento, si pensa che l’inferno sia un baratro invece è un lento scivolare…”

ti ho letto in faccia la meraviglia di avere una madre da premio nobel.

solo per un attimo perché

 

 era già ora di pranzo…

La pochezza umana non m’interessa.

MI INTERESSANO I SOLDI

Tra le altre cose che contribuiscono a chiarire il quadro dei nuovi rapporti di forza che potrebbero stare per crearsi, Dario  Quintavalle ci spiega ciò che è già stato sottolineato in occasione di una cerimonia tenutasi in Senato in occasione del “compleanno” di una rivista come Limes: il giornalismo italiano non si occupa di politica internazionale se non in emergenza: Non si occupa neanche di Paesi stranieri, e non si preoccupa di approfondire la loro lingua: maidan, ad esempio significa piazza e jihad è un sostantivo maschile….insomma, noi, un po’ come l’Ucraina siamo fuori da tutto. e non interessiamo neanche ai cinesi.

Due o tre cose che so dell’Ucraina

“Ho vissuto e lavorato in Ucraina, e così amici mi chiedono di questo paese – noto da noi solo per qualche giocatore, per la bellezza delle sue donne, e perché è la patria d’origine delle badanti – e di cosa sta succedendo lì.
Ho collaborato nell’arco di tre anni a un grande progetto europeo sulla Giustizia, e avrei dovuto partecipare a una missione della Commissione Europea proprio nella prima settimana di Febbraio, ma è stata cancellata per le violenze di piazza.
Sono molto impressionato da vedere le foto degli scontri: riconosco dai dettagli dove sono state scattate, conosco a memoria i luoghi dove si svolgono, lì avevo casa ed ufficio”….per continuare a  leggere il bell’articolo di dario quintavalle:  “http://quintavalle.blogspot.it/2014/02/due-o-tre-cose-che-so-dellucraina.html

Non conoscevo questa storia e anche il mio consorte, Alberto, che me l’ha raccontata, l’aveva dimenticata. Gli è ritornata alla mente, una storia di oltre 30 anni fa, solo grazie al popolo dei forconi che da qualche parte in tv hanno denunciato che l’agenzia delle entrate non solo pignora sedie e tavoli ma, evidentemente tirando in mezzo assistenti sociali e quant’altro, toglie i bambini ai genitori in difficoltà. La racconto qui, cambiando i nomi dei protagonisti, alcuni vivi e vegeti, solo perché di quanto raccontatomi non ci sono prove, ma solo evenienze, sospetti, sentori. Eppure, sono convinta che, se non c’è del vero in questa storia, comunque c’è molto di verosimiglianza.

Siamo in un piccolo paese agricolo, a 150 chilometri da capoluogo, Concepita ha due bambini che cresce senza padre, per vivere fa la lavapiatti in un ristorante, ma è circondata dalle amorevoli cure di sorelle e fratelli. Uno di questi si chiama Umberto e fa il guardiano del cimitero, è zoppo,  e quel posto, ai tempi in cui un handicappato non era ancora un differente abile,  lo ha ottenuto grazie all’intervento generoso di un’impiegata del settore tecnico del comune. La donna in Paese ci resta poco, il marito fa carriera, anche politica e la bella famiglia si trasferisce nel capoluogo. La vita cittadina e facoltosa li rende più belli, eleganti e virtuosi. Hanno un’unica disgrazia, non possono avere figli.

Un bel giorno un’assistente sociale si ricorda che Concepita ha la disgrazia di non avere marito, di non avere un uomo stabile, di essere una povera disgraziata che fa la sguattera dal “Tricolore”: che forse è una casa la sua? Magari per arrotondare fa anche le marchette. Magari si ubriaca. Magari i figli li maltratta pure, quelle povere anime.

Così a Concepita vengono tolti i figli, immediatamente dichiarati adottabili e….scomparsi nel nulla. I parenti pensano in un bell’attico del capoluogo. I parenti si disperano e si strappano i capelli attorno a Concepita e a quello che ritengono “il torto subito”. I parenti le dicono che non deve perdere la speranza. Tutti i parenti, tranne Umberto, che in quella sua posa strana, che lo fa sembrare il piede di una attaccapanni, guarda in terra il marciapiede. Concepita muore di strazio e di stenti, senza mai aver potuto rivedere i suoi figli. Ma chi se ne frega, era solo una povera sguattera, senza titoli e senza diritti. I suoi figli invece avranno avuto il meglio che la vita poteva loro offrire: l’amore di mamma e papà, i migliori corsi di studi e tutto l’indotto.

E’ così che va la vita. La giustizia è un invenzione degli uomini (deboli). In natura esiste solo la legge del più forte.

 

Il tema della puntata di Matrix, bravo Telese a fare parterre: gli anni ’80.

Ora, è risaputo che in questi ultimi anni non scrivo più volentieri, non mi dilungo, mi tengo fuori dalla mischia e anche dal blog. Però una riflessione sulle parole di Pietrangelo Buttafuoco devo farla.

Gli anni ’80 li ricordo tornando a casa su una ’500 rossa. La scritta gigantesca mi guarda da sopra al semaforo: ” torna a casa in tutta fretta, c’è un biscione che ti aspetta” , che già quello spreco di dimensioni è una novità, già quello sfarzo di altezze è una minaccia. Io a casa ci torno, ma la televisione non l’accendo. Così mi perdo il drive_in, ma anche Fonzy uno, e due e tre. Mi perdo l’Altra domenica, ma anche Dallas. Mi perdo il Mulino Bianco e continuo a mangiare Colussi e Fieste, ascolto la radio. La televisione mi fa venire uno strano magone, lo stesso che mi viene quando viaggiando in treno vedo il saliscendi di pendolari che sembrano commessi viaggiatori, ma non ne hanno la malinconia, sono allegri e vivaci nelle loro cravatte sgargianti e bizzarre, comprate a pacchi alla Rinascente, alla Standa, da Coin o ai magazzini Zoom. Hanno belle camicie, belle 24ore, eleganti cappotti e begli orologi. Tutto in pratica e abbordabile confezione grandi magazzini. E non fanno neanche i commessi viaggiatori. la maggior parte di loro fa l’impiegato, viaggiano dai paesi limitrofi verso il capoluogo, dove andranno a prendere posto su una sedia fornita dalla legge sull’occupazione giovanile. Che tristezza.

Ma gli anni ’80 sono anche quelli in cui si può arrestare un cittadino italiano e tenerlo in carcere, senza avere accertato la sua colpevolezza, senza avere accertato gli indizi, senza trattarlo da cittadino: prove pratiche di trasmissione, le chiamo. Come imparare a calpestare i diritti senza che gli altri ne facciano ammenda. Come abituare la gente. Come frodarla. Non mi serve pensare al caso Tortora, perché sono sicura che di “casi Tortora” in Italia ce n’è parecchi.

 

Io non farei l’inno agli anni ’80, ma davvero li guarderei come una linea di demarcazione: c’è un prima e c’è un dopo. La tv commerciale è stata una sorta di droga, che ha fatto dimenticare a tutti i propri sentimenti e le proprie “autentiche ” emozioni. La tv commerciale ha insegnato a delegare. Ha cercato di essere rassicurante e ottimista, anche leggermente di sinistra. Avevamo talmente voglia di dimenticare, voltare pagina, addomesticare il dolore che non ci siamo accorti che il nemico era altrove: nell’ignoranza.

 

Gli anni ’80 accomunano di una stessa sorte vittima e carnefice, stendendo su ambedue lo stesso velo, confondendone la sofferenza, gli aneliti ideali, dimenticandoli nel baratro dell’ignoranza e dell’incoscienza. A noi al momento mancano i soldi per sopravvivere, non la speranza per vivere.

 

 

 

 

Oggi.

A distanza di un anno esatto ho incontrato la ragazza che era ricoverata nella stessa stanza di mia figlia. Ho visto un cane spinone gigante. Mi sono persa, mi sono interrogata sul numero di neuroni che accompagna la vita dei pubblici amministratori che organizzano la viabilità cittadina.

Ho driblato un enorme donnone biondo in minuscola minigonna rosa che avrebbe fatto la felicità di fellini e una trans piuttosto brutterella mi ha ceduto il passo in coda al supermercato.

Sulla rotonda ovale pagata coi soldi dell’europa un ragazzino in bici per poco non mi finiva sul cofano, l’ho fulminato con lo sguardo da “buttati che ti rompo l’osso del collo”.

Mi sono accorta che le giornate si sono accorciate, mentre il cielo imbruniva sotto le nuvole e sul mio rientro a casa.

Adesso mi guardo montalbano, il commissario.

-E dai…digli qualcosa!

                                                 Digli qualcosa di sinistra, ma anche di destra….

Butto un’occhiata verso il tappeto, alzo il sopracciglio, torno sulla pagina che sto leggendo.Ma prima, con voce afona:

                                                          -Sta buono a cuccia e non rompere.

 

-Questo è di destra…. e’ di ESTREMA  destra….Vieni con me Laky va, andiamo a fare i figli dei fiori, andiamo a farci una canna

 

 

La Casta ha pure la polizza vita. I Cinque Stelle la denunciano come un servizio non necessario e “intollerabile”. E’ la convenzione che, in caso di morte dei deputati in carica, prevede per gli eredi cifre fino a 500mila euro, per un costo annuale assicurativo di oltre un milione. Alcuni parlamentari 5 stelle chiedono di mettere la questione all’ordine del giorno.

 

Questo, pubblicato sul mio profilo fb, mi ha fatto venire in mente una cosa, la vita di mio padre, privilegiata in fondo rispetto a tante altre vite. Privilegiata già nel fatto che lui ha potuto studiare, che veniva da una famiglia di diplomati e laureati, però ha studiato. Lui non si è laureato mettendo i biglietti di cartamoneta nel libretto, a quei tempi usava poco e del resto il suo modo di fare il medico non avrebbe lasciato spazi a dubbi. Lui sentiva forte la missione del medico, era un clinico e amava fare il clinico, amava, come diceva qualchevolta, aggiustare la macchina perfetta, quella che dio aveva reso tale ma che nella sua perfezione di tanto in tanto subiva guasti e deterioramenti. Per essere svegliato di notte, per alzarsi da tavola durante il pranzo del giorno di Natale, per lasciare la sua famiglia sul pianerottolo con le valige pronte per le vacanze e correre da chi lo aveva chiamato d’urgenza, perché un tempo il medico faceva il medico 24/24 h, alla fine della sua carriera mio padre percepiva 5.000.000 circa di vecchie lire.  La sua famiglia ha vissuto dignitosamente, senza arricchirsi,   con l’euro la sua pensione è  assestata intorno ai 3.000 euro, decisamente un privilegiato. La reversibilità di mia madre, alla morte di mio padre, si è assottigliata  per la quota stabilita dalla legge ma le consentiva ancora di pagare le tasse, le utenze, le spese farmaceutiche, fare la spesa, rinnovare con gli sconti un po’ di guardaroba e aiutare a turno noi tre figli, disoccupati e con famiglia. Da qualche tempo però la pensione di reversibilità che mia madre riceve è vittima di tagli saltuari e selvaggi che l’hanno ricondotta a poco più di 1600 euro. Io cerco di consolarla, le dico: pensa a chi la pensione non la prende proprio….

                                                                                                              Per una volta sono d’accordo con un ministro della Repubblica, e sono d’accordo con la Cancellieri, Ministra di Giustizia quando parla di casta d’avvocati, ed è tanto vero, che gli avvocati montano su tutte le furie.

Una società che voglia dirsi “civile” dovrebbe poterla fare finita con gli azzeccagarbugli e dovrebbe formare una classe di professionisti del diritto in grado di conciliare i cittadini con l’impianto normativo di un Paese. Il compito dell’ avvocato, insomma dovrebbe avere un alta valenza sociale e civile: fare capire cosa è lecito e cosa non lo è, cosa si può e cosa non si può fare per legge, quali comportamenti siano legittimi e quali antisociali secondo ciò che sancisce la legge. Dura lex, sed lex.  E invece? invece il bravo avvocato lavora all’ombra del “fatta la legge, trovato l’inganno”, e il cavillo,  l’obiezione,  il coordinato disposto, l’ombelico del diavolo per conciliare l’inconciliabile e darla vinta, comunque , al suo cliente. Giudice permettendo.

Si dà spesso al giudice la colpa delle lungaggini del processo, ma nel processo il giudice non è solo e lui è anche stipendiato. Il motto dell’avvocato, quello che non sta incorniciato nella sala d’attesa del suo studio è : CAUSA CHE PENDE, CAUSA CHE RENDE.

Quindi è per quello che si adopera, e solo per quello. La sua parcella e la sua tasca: non per la difesa della giustizia, la tutela dei diritti e la ricerca della verità. Cosa che ha portato oltre ai tanti e diversi guasti anche alla maturazione dell’idea che, a fianco alla verità storica, reale, ne possa sopravvivere e a volte anche su quella prevalere, una verità processuale.

Ma quando la verità processuale non combacia, non si identifica con la verità reale, quella vissuta e “vera” non è forse il fallimento dell’idea stessa di giustizia di cui un tribunale dovrebbe invece lo specchio?

L’errore a monte: amministrare la giustizia in nome del popolo come c’è scritto dietro la testa, o davanti ai piedi del giudice, quando invece la giustizia andrebbe ricercata in onore alla verità. Quella storica possibilmente, quella dei fatti, dimostrati e dimostrabili e non una malsana ricostruzione affidata all’abilità o all’inerzia dell’avvocato di turno, alle sue acrobazie o alle sue incapacità, legittimata alla fine come verità processuale e data in pasto alla storia perché la digerisca e la faccia diventare “giustizia è fatta”.