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Categoria: schizzidialice

Mi sento ostaggio della pubblica amministrazione.

Ogni mattina mio sveglio, e so di vivere in un mondo sporco, vigliacco e cattivo. E un bel tramonto non migliora la situazione.

Neanche il prete mi vuole bene.

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(arcobaleni dell’anima)

C’era un tempo…

C’ era un tempo in cui dame e cavalieri s’inchinavano al passaggio della bellezza, dispensavano piaggerie e baciamano  al potere. Gli stessi, appena al riparo di colonnati e bei ventagli, origliavano e  bisbigliavano,  sobillavano e cospiravano, spandevano veleni e affilavano pugnali alle spalle dell’ignara bellezza, del potere suomalgrado. C’era un tempo in cui le dame tessevano l’ordito e i cavalieri ordivano le trame, insieme tenevano i fili di intrighi, macchinazioni e complotti non tanto perché scontenti  che il loro destino fosse d’inchinarsi ma perché intolleranti a  chi poteva permettersi di non farlo, oppure aveva scelto di non farlo.

C’era un tempo e c’è anche adesso.

 

“…il cielo ha conformato questo cumulo

di meraviglie solo per la dimora

d’un serpente?…”

(p.corneille)

 

Lo so, non ho progetti, non faccio progetti e se li faccio poi li disfo. Non mi piacciono i progetti, mi piacciono i viaggi, e le apparizioni. Non ho progetti e non ho interessi che vadano oltre il piumaggio degli angeli: non gioco a carte, non stendo il bucato fuori al balcone, il mio parrucchiere è muto. In compenso suscito invidia, molte invidie, mi rendo conto, per il mio candido menefreghismo impermeabile alle convinzioni benpensanti, ai condizionamenti di usi e consuetudini. La mia leggerezza, scevra di preoccupazioni e  terreni affanni preoccupa, incupisce e soprattutto: ingelosisce. La mia bellezza fatta soprattutto della mancanza di rughe dovute a bieche miserie, beghine rampogne, e piccole ambasce da marciapiede, acceca.

Il problema è

che io nel mio castello regno sovrana

del mio castello abito la torre più alta

quella a contatto con nuvole e stelle

con ampi panorami e sconfinati voli

 

Taumaturgica sono io

E per tre volte ho tenuto la vita

Sotto  le mani

Deviando il corso del destino

Adesso

Per esempio

Mi godo il riposo e del tempo

 L’ora di luce più bella

Quella che ha appena piovuto

E piccole gocce appassiscono sui vetri attraversati di luce grigia

Di un cielo meravigliosamente grigio

Con una luce infondo all’ orizzonte

Che fa presagire

Che da qualche parte c’è il sole.

 

In tutto questo mi viene in mente che colui, colei e coloro che hanno bisogno di mentire e cospirare per difendere un loro diritto,  non hanno diritti. Per questo:

a te Giuseppina, mucca Carolina, che spudoratamente hai asserito il falso in assenza di contraddittorio, davanti a un tribunale della Repubblica, auguro e spero di venire a sapere che sei morta affogando nel tuo stesso vomito. Verrò al funerale e bacerò i tuoi figli, in piena osservanza delle tradizioni mafiose? Non so, se mi andrà quel giorno, se non avrò altro da fare…forse, chissà

 a te, Carla, brutta scorfana delle montagne che riesci ad essere gentile solo a stomaco pieno e perciò mangi dalla mattina alla sera, e stai sulla terra come una quartara su un incrocio di piastrelle che il mastro ha faticato a mettere a livello e alla fine ha solo potuto guardare storto e sospirare. A te che sei stata fonte di imbroglio e frode, e hai piantato gineprai  nel mio  feudo pacifico, sincero e trasparente, auguro poca cosa: di restare cieca. Occhio che non vede, cuore che non duole. Dovranno dolerti le ossa invece, nonostante il lardo che le accompagna, ogni volta che inciamperai sui tuoi passi, che ti tireranno falso. Lo so che pensi quando pensi di esserti premunita, nascendo strabica e con un occhio mezzo chiuso: c’è chi te li chiuderà  tutti e due, non temere. Ovviamente, non riuscirai più a tagliarti le unghie, così dovrai mangiartele e insieme ti mangerai le dita. Consolati. Ti resterà l’olfatto, così che potrai sempre sapere dove sei finita con la faccia.

Alzo il calice e affido all’alto la mia vendetta. Che sia dura, implacabile e irreversibile.

Un letto di spine invece l’auguro a quel faccendiere di tuo fratello Matteo, pallone d’aria compressa in uniforme da finanziere, grazie a lui il tuo raggiro è stato perfetto, grazie a lui e non solo a lui, si è resa possibile la strategica assenza del contraddittorio. Chissà che una notte buia e senza stelle non gli facciano fare posto di blocco e lui non debba alzare la paletta contro un tir corazzato e agghindato come un albero di natale guidato da un autista stanco, ubriaco e incazzato nero con la moglie, sorpresa a trombare con un maresciallo della finanza. A tuo fratello auguro una buona visione.

 

 E io? Io non mi faccio sporcare

Dove ho tagliato un pino ho piantato un lauro

Taumaturgica sono

Del mio castello sono sovrana

Mi godo il grigiore sopito del cielo

Che mi dice che

Da qualche parte c’è il sole

 

 

 

 

 


Walter.
Walter e basta perché il come non lo ricordo più.
Ricordo benissimo invece di avergli prestato 200 dollari appena guadagnati vendendo enciclopedie della Fabri. Editore Fabri.
E’ stato un caso di coscienza. Mi aveva raccontato di aver fatto un debito per comprare gli scii, di aver chiesto un prestito agli strozzini e quelli adesso  rivolevano indietro i soldi, cashes,  subito.
Con dovizia di particolari mi aveva ragguagliata sui lavoretti che sanno fare gli strozzini sulle ossa di quelli che non pagano… rottura delle falangi, una per volta.
Per poi passare alle falangette, senza trascurare le dita dei piedi. Poi s’ interessano delle rotule, e, per finire in bellezza, dei gomiti. Con le lacrime agli occhi mi disse
- non potrò sciare mai più, quelli non perdonano.
Io avevo i 200 caldi caldi in tasca, che ancora odoravano del Paciuli dalle mani del grande capo che me li aveva passati in acconto su quello che ancora mi spettava, robetta minima.
Tu che avresti fatto?
Glieli ho offerti generosamente, mi aveva promesso che me li avrebbe restituiti al suo di acconto, quello a venire, perché i suoi soldi al paciuli del mese erano già andati in mano agli aguzzini.
Non l’ho fatto perché fossi innamorata di lui, sì va be’, c’era stata qualche slinguata innocente sulla panoramica ma nulla di più, non mi stava neanche troppo simpatico lo trovavo un po’ troppo per la sua età, troppo tutto. Troppo vissuto, troppo atteggiato, troppo orgoglioso, troppo bugiardo…troppo di troppo. E non l’ho fatto neanche per pena ma per necessità, impedire la catastrofe in quel momento dipendeva da me.
Poi ho saputo che i soldi gli sono serviti per andare a fare la settimana bianca, ma questo devo dire l’ho saputo molto tempo dopo e molto casualmente.
I soldi, naturalmente, non li ho rivisti più…in compenso mi regalò un accendino marca colibrì laccato azzurro china che aveva trafugato nella tabaccheria di sua madre e che a mia volta ho regalato.

nella foto un dipinto di Giancarlo Piranda