Per una volta sono d’accordo con un ministro della Repubblica, e sono d’accordo con la Cancellieri, Ministra di Giustizia quando parla di casta d’avvocati, ed è tanto vero, che gli avvocati montano su tutte le furie.

Una società che voglia dirsi “civile” dovrebbe poterla fare finita con gli azzeccagarbugli e dovrebbe formare una classe di professionisti del diritto in grado di conciliare i cittadini con l’impianto normativo di un Paese. Il compito dell’ avvocato, insomma dovrebbe avere un alta valenza sociale e civile: fare capire cosa è lecito e cosa non lo è, cosa si può e cosa non si può fare per legge, quali comportamenti siano legittimi e quali antisociali secondo ciò che sancisce la legge. Dura lex, sed lex.  E invece? invece il bravo avvocato lavora all’ombra del “fatta la legge, trovato l’inganno”, e il cavillo,  l’obiezione,  il coordinato disposto, l’ombelico del diavolo per conciliare l’inconciliabile e darla vinta, comunque , al suo cliente. Giudice permettendo.

Si dà spesso al giudice la colpa delle lungaggini del processo, ma nel processo il giudice non è solo e lui è anche stipendiato. Il motto dell’avvocato, quello che non sta incorniciato nella sala d’attesa del suo studio è : CAUSA CHE PENDE, CAUSA CHE RENDE.

Quindi è per quello che si adopera, e solo per quello. La sua parcella e la sua tasca: non per la difesa della giustizia, la tutela dei diritti e la ricerca della verità. Cosa che ha portato oltre ai tanti e diversi guasti anche alla maturazione dell’idea che, a fianco alla verità storica, reale, ne possa sopravvivere e a volte anche su quella prevalere, una verità processuale.

Ma quando la verità processuale non combacia, non si identifica con la verità reale, quella vissuta e “vera” non è forse il fallimento dell’idea stessa di giustizia di cui un tribunale dovrebbe invece lo specchio?

L’errore a monte: amministrare la giustizia in nome del popolo come c’è scritto dietro la testa, o davanti ai piedi del giudice, quando invece la giustizia andrebbe ricercata in onore alla verità. Quella storica possibilmente, quella dei fatti, dimostrati e dimostrabili e non una malsana ricostruzione affidata all’abilità o all’inerzia dell’avvocato di turno, alle sue acrobazie o alle sue incapacità, legittimata alla fine come verità processuale e data in pasto alla storia perché la digerisca e la faccia diventare “giustizia è fatta”.