alice and catIl viaggio: partire con il treno non è più tra le mie priorità, non prendo un treno da una vita.

Coincidenze, attese sui binari, tempi morti, morti sui binari, ritardi, tutte cose che non posso e non devo più permettermi. Eppure, da gran viaggiatrice so bene quali sono i vantaggi di un viaggio in treno: guardi un panorama, ti godi una lettura, segui le nuvole e i tuoi pensieri e qualchevolta fai begli incontri, quando non succede, impari comunque a conoscere la gente.

A salire su un treno dopo tanto tempo trovi tante novità, le targhette, quelle scritte in quattro lingue e tenute su da due viti che le svitavi e ti portavi la targhetta a casa, sono sparite, sostituite dagli adesivi, e scritte appena in italiano e inglese: sfido che i francesi ce l’hanno con noi. Poi i treni adesso si chiamano “frecce” e c’è la bianca e la rossa e c’è quella vestita di bianco rosso e verde con la scritta “da sempre unisce l’italia” che il 150° te lo fa proprio toccare e pensi “ma io dove stavo?”

Poi: solo posti prenotati, prese di corrente, gente coi pc. Sulla mia diagonale un ragazzo segue un film sullo schermo del suo portatile. E’ un film con denzel washington, la spalla del ragazzo che gli sta seduto accanto mi ostruisce la vista. Tanto l’ho già visto. Lasciamo la puglia e ci addentriamo nel molise, la campagna cambia spetto, si ammorbidisce nelle curve e nei colori, diventa un caleidoscopio mano mano che ci inoltriamo verso le marche.

 

Alla fermata di Ancona il posto di fronte a me viene occupato da un signore maturo e garbato, si lamenta per l’aria condizionata e la sua fronte. Cerchiamo insieme di sopperire alla sferzata di gelo ingiustificato che arriva dalle griglie sotto i finestrini, tamponiamo con i giornali, con i pesi che tengono fermi i giornali. Gli offro una mentina per compensare, gli dico che la campagna è meravigliosa, elegante, anche nelle sue torri eoliche disposte a tre per tre, novelle mulini a vento che non capisco perchè le caprette se la debbano prendere a male. Gli dico che è un gran dispiacere che viviamo un epoca che mal si concilia col culto contadino.

Lui è una persona mite, si vede dallo sguardo, mi parla di sè, delle sue cose. Non mi racconta la sua vita, mi racconta i suoi sentimenti e la sua preoccupazione del momento, i suoi silenzi. Quello che gli dico e gli racconto, in qualche modo lo conferma e lo rasserena, alla fine, quando ci salutiamo mi dice che certi incontri non sono una coincidenza. Dovrei rispondergli che la vita è arte d’incontro, ma non è una frase mia e non mi piace ripeterla, anche se ci credo. Non ci siamo neanche presentati, ma con me o si parla o si tace.

 Bologna, la rossa. E non per lo sfondo di falce e martello, per le coop o la gradisca. La rossa s’intende per i suoi tetti, per il colore cotto delle sue tegole e per le sue facciate compatte su tutte le sfumature dell’arancio, dal pesca all’aragosta, dal tuorlo d’uovo alla crema compatta,  dall’ambra al senape, dall’ocra al giallo di marte, alle terre di siena, spingendosi fino al ciliegia e al cardinale, osando col rosa antico ed esasperando di ritorno  col rosso di saturno. Colori che rendono le mura delle sue case un fronte compatto e mono-tono che schiaccia l’umano, non gli lascia via di scampo e gli urla dietro che la città è un tutt’uno senza spiraglio di speranza.

Un tutt’ uno antico, anche quando è moderno. Un raro bianco, un raro grigio, un raro crema. Sbiadiscono e soffocano nell’esplosione cromatica dell’arancio che va dal giallo al rosso più intenso passando per tinte che sfiorano il marrone ma non lo toccano. E le persiane danno voce alle facciate ma non all’umano. Poche voci, pochi odori, pochi panni stesi pochi fiori sui balconi, pochi balconi. E una distesa di finestre, come occhi cavi scrutano la strada.

Bologna, la dotta.  Per i dipartimenti universitari, i musei, gli istituti di ricerca e le fondazioni, le targhe di professionisti e professori,  di società anonime e associate, sparsi a manciate sfacciate, ma per  i suoi portici: obbligatori, vantaggiosi e produttivi. Per quelle chiavi incrociate che ti seguono ovunque e spuntano da dove meno te l’aspetti, segno indelebile di un potere adeguato e rispettato, laico ma canonico, benedetto da dio e legittimato dal pontificato.

Bologna non mi piace, i bolognesi non se ne abbiano a male. Sporca, austera e severa. Di quella sporcizia che non ha tanto a che fare con le carte per strada e le briciole sul pavimento, ma con una patina di vecchiume che persino i bolognesi sembrano mal tollerare: non sono loro i padroni della città, ma quella patina scura sulle facciate, che non le sgretola e non le scalfisce, ma le perdura in un patrimonio che solo si eredita e si trasmette, ma non si spende. Poi ci sono i piccioni, gli stranieri, i pendolari, i turisti, i tassisti, gli extracomunitari: sono loro che gestiscono la città. I romani invece se ne fregano, sembrano essere gli unici a divertirsi: cantano pedalando e inveiscono contro i milanesi. Ai bolognesi sembrano dire: noi c’abbiamo il papa, voi tenetevi il papato.

Bologna è l’unico posto al mondo dove i marciapiedi si lavano col mocio. Sotto i portici avviene di tutto e si tollera di tutto. Gli appartamenti, abitazioni o uffici che stanno sotto i portici godono di una dispensa speciale sulle norme sanitarie di igiene e salubrità. Finestre dove non batte mai il sole, coperte da muri e colonne da dove si leva un odore pungente di piscio stantio, umido e muffa e illusioni perdute di giovani menti rampanti, dagli zaini colorati che bologna la dotta ha masticato, spolpato e risputato in strada con gli occhi vuoti e una lattina di birra tra le mani scarne.

Anche la stazione di bologna la dice lunga, piccola, piatta, senza una grande piazza di rappresentanza, ma con quello che le è capitato glielo perdoniamo. Poi che vuoi, a pochi metri c’è porta Galleiera, c’è via Indipendenza: che se ne fanno di una statua di Garibaldi davanti la stazione? Loro, hanno combattuto e vinto contro gli austriaci, mica si son fatti le pippe. La stazione è solo un transito, gente che va e che viene, nessun benvenuto particolare, nessuna rappresentanza particolare: qui, tutta la città è da celebrare.

Dentro la stazione invece, i bagni hanno il tornello, che si apre a pagamento. Normale che poi si va a pisciare sotto i portici.

 

 Lungo l’autostrada da lontano ti vedrò
ecco là le luci di San Luca
entrando dentro al centro, l’auto si rovina un po’
Bologna, ogni strada c’è una buca
Per prima cosa mangio una pizza da Altero
c’è un barista buffo, un tipo nero
Bologna, sai mi sei mancata un casinoAspetto mezzanotte chè il giornale comprerò
lo stadio, il trotto, il Resto del Carlino
piove molto forte ma tanto non mi bagnerò
c’è un bar col portico, mi faccio un cappuccino
ma che casino, quanta gente, cos’è sta confusione?
c’è una puttana, anzi no: è un busone
Bologna, sai mi sei mancata un casino

 

Chissà se in questa strada si può entrare oppure no?
ah no, c’è Sirio, ma che due maroni
così cammino per la piazza con una merda sul paletot
ma perché anche col buio volano i piccioni?
voglio andarmene sui colli voglio andarmene a vedere il temporale
tra i fulmini coi tuoni mi sembra di volare
nel tempo dei ricordi perdermi e affogare
figurine, piedi sporchi e ancora i compiti da fare
(le pugnette sui tetti, che belli quei cieli seduti là insieme)
con le nuvole che cambiano colore
(bocche rosse d’estate, cocomeri in fiore come è buono nei viali il profumo dei tigli, il profumo dei tigli)
con della benzina l’odore
(certe notti stellate nei cine all’aperto e le lucciole che si corrono dietro),
(si corrono dietro) per fare l’amore
(com’è bello andar a fare l’amore)

C’è un tuono più forte che la notte svanisce
mi sveglio di colpo più stanco più solo mentre il cielo schiarisce
accendo il motore, guardo nello specchietto
e vedo riflessa con un po’ di dolore
Bologna col rosso dei muri alle spalle
che poco a poco sparisce
metto la freccia e vado sulla luna…
vado a trovare la luna
vado a trovare la luna
vado a trovare la luna.

lucio dalla
dark bologna-2006