Pensavi fossi partita per la settimana bianca?
Macchè, niente affatto.
Sono stata impegnata invece tra mail e bigliettini di auguri. Di quest’ anno ma anche di quello scorso, li ho spulciati, confrontati, contati, letti e riletti. Ho contato quante volte ricorre la parola felicità. Una cosa…inenarrabile( quanto mi piace questa espressione: inenarrabile…). Un amico mi aveva scritto: ti auguro molta più felicità di quella che ti aspetti.
E io…quanta felicità mi aspetto?
E cos’ è la felicità?
Dalla più profonda antichità se ne è tentatati di dare una definizione e ne è nata persino una corrente filosofica, anzi, più correnti poiché si dibatteva se la felicità fosse il piacere dei sensi, l’  appagamento di ogni desiderio, la virtù, o l’ assenza di timori di vario genere. La tesi filosofica che l’  uomo sia nato per raggiungere la felicità e tenersela stretta fu poi inficiata definitivamente dal cristianesimo. Perché quello che sappiamo per certo è che all’ origine, quando l’ uomo è stato creato e deposto nel paradiso terrestre era felice, felicissimo.
Niente gli mancava e di niente sentiva il bisogno.
Fino a quando non ha mangiato il frutto dell’ albero della conoscenza, che è come una spina nel fianco per la conoscenza, e allontana l’ idea della felicità. E questo conforta la mia tesi che essere felici è un po’ come essere cretini.
E non è una tesi solo mia. Sono in molti a pensare, infatti, che la felicità sia questione di attimi, momenti, fasi acute ed impennate che frammezzano una vita di tribolazioni, pensieri, carenze, desideri e sogni irrealizzati, aspettative deluse, cose confuse.

Personalmente non riesco ad essere completamente felice con tutta l?infelicità che mi sta attorno, a volte sono proprio infelice, e qualche volta sono persino felice di essere infelice: se fossi felice completamente mi sentirei un’ idiota, propendo quindi per gli attimi di felicità, e più che per la felicità per uno stato di benessere, armonia e soddisfazione.
Bisognerebbe capire, quando Camus disse che bisogna immaginare Sisifo felice, che cosa intendeva, a quale felicità faceva riferimento: soddisfazione, compiutezza, un mezzo per fuggire nonostante tutto dalla fatica e dal dolore?
Qualcosa di necessario per sopportare e portare avanti?
Una risorsa a cui attingere e che non vuol dire necessariamente assenza di contrarietà?
Che anche Camus si sia posto il problema, anzi, la necessità della felicità è inquietante.
E quello che mi sembra singolare è questa capacità umana, sia a livello individuale che come immaginario collettivo, di creare immagini e concetti, di dare un nome agli stati d’ animo e di renderli universalmente fruibili.
Posso andare indietro nel tempo e ricercare con la memoria l’ età e il momento in cui ho cominciato a pensare alla felicità come meta e a chiedermi cosa fosse in fondo questa felicità, a darle una connotazione. Che vuol dire iniziare una ricerca sulle cose importanti, quelle che contano e di cui non si può fare a meno, quelle che dovrebbero dare la felicità.
Ma questo è un discorso razionale, teorico, come tanti hanno teorizzato, che ancora una volta non tiene conto del fatto che la felicità è un fatto del tutto irrazionale, una produzione immaginaria relativamente indipendente: un giorno sei incazzato nero, qualcuno ti porge un fiore e all’ improvviso sei tutt’ uno con l’ universo.