Le festività pasquali sono quasi passate. Tanto meglio, perchè la settimana di Pasqua è una di quelle cose che mi mette a disagio.
Affronterò il rischio puerile del ridicolo e cercherò di spiegare il perché. Cercherò di spiegarlo soprattutto a me stessa.
Si comincia col Venerdì Santo, ma anche dal giovedì, che già circolano gli auguri:
- Buona Pasqua! Auguri!
- Scusa, ma auguri che: deve ancora morire!?
Deve ancora uscire la processione coll?Addolorata, e tutti a fare uno scampolo di Via Crucis, tra la quattordicesima e la sedicesima posta, è tutto un fioccare di “auguri”, auguri?
-Auguri che?.. glie’ stanno a fa ‘rfunerale!
Il Venerdì Santo il macellaio ha preso l’abitudine di fare orario continuato, così non s’ ingorga e alle due e trequarti trovi la gente che si accaparra i pezzi migliori d’agnello: questo sì che è pensare pragmatico!
Alle cinque tutti al Pianeta per uovo e colomba, alle sei in pasticceria ad ordinare la pastiera di ricotta colla vaniglia e il cedro candito. Si finisce che mentre l’Addolorata accompagna il Cristo al Sepolcro si appuntano gli ultimi dettagli per la domenica di Pasqua, il menù, l’abbigliamento, un brulicare di brusii sopra il de profundis. Insomma il venerdì è già proiettato nella domenica di resurrezione. E saltiamola questa crocefissione, che porta pure male!
Sorvoliamola.
Del resto se sai che poi risorge non ci stai poi a pensare più di tanto, che vuoi che sia: sembra quasi una finta. Sì va bè lo mettono in croce ma poi risorge bianco e luminoso, non ci pensare.
Sarà per questo che preferisco le rinascite alle resurrezioni.
Nei miei pensieri non c’è mai stata resurrezione. Cristo per me è ancora lì sulla via del Golgota che si porta addosso il dolore universale delle cose senza senso, di un male che investe il mondo senza colpe da poter espiare, senza spiegazioni per poter giustificare, senza la magra consolazione di una resurrezione della materia in un paradiso sensato.

Un Cristo che accetta supplizio e sudario assumendo su di sé tutta la sofferenza, le atrocità, il male dell?umanità non per il senso estremo di alleviare quell’umanità dal peso duro e spietato dell’esistenza.
Un Cristo che si veste da capro espiatorio.
In un atto che non a caso si chiama Passione.
Ma un Cristo che porta su di sé i segni della lacerazione come segno di solidarietà e comunanza.
Non ho la pretesa di aver spiegato o di aver capito in poche parole perché non riesco a dare un senso alla pasqua. Forse perché vorrei una pasqua tutti i giorni.
Quando fai un gesto gentile. Quando sei onesto con gli altri ma soprattutto con te stesso.
Quando sei beneducato.
Quando pensi che lo Stato non è un entità astratta ma sei tu stesso e quello che fai di buono per lo Stato lo fai per te stesso.
Quando ti rendi conto che, anche se siamo tanti e diversi, viviamo tutti su questa faccia di terra, tutti in balia delle onde.

massimo sansavini: dietro le maschere