E’  un lampo viaggiatore che innerva l’ universo.
Il lampo viaggiatore si mangia lo spazio, lo divora.
E’  così che puoi vedere un cielo stellato accartocciarsi in un istante e una ragnatela artigliata restare intatta.
Il lampo viaggiatore avanza vigoroso, in progressione geometrica lungo diramazioni imprevedibili, incredibili, immateriali, sovrapponendo luce alla luce, dilatando la materia, dilagando dentro la materia anche quando non la penetra, propagando pura potenza dalla potenza che respira . Il lampo viaggiatore avanza fragoroso sottraendo terra alla terra, brucia l’ erba e si fuma l’ aria. Implacabile annulla le distanze, ricuce margini, veloce come un lampo viaggiatore senza un preciso binario apre voragini e allarga traiettorie.
Un lampo viaggiatore è senza intenzioni.
Lascia soltanto una cicatrice bianca sopra la ferita.

Il lampo viaggiatore è come il desiderio fine a sé stesso e il desiderio fine a sé stesso è come il no, non funziona così: invertendo l’ ordine dei miracoli il prodotto potrebbe cambiare. Non è matematica, non è una scienza esatta. Potrebbe non rendere l’ idea, che un desiderio sopra ogni cosa, insensato e inespresso, non colpevole di sé ma consistente e molto cosciente, prima che diventi follia potrebbe trovare una tana in cui sopirsi, una trave sospesa su cui restare in equilibrio mirando sé nello specchio e nello stesso tempo moltiplicandosi 10, 100, 1000 volte dentro se stesso e come due specchi messi di fronte che moltiplicano la stessa immagine per infinite volte, riscoprirsi per l’ eternità.
E un punto di equilibrio non è percentuale matematica, non è un calcolo trigonometrico, ma una delicata equazione con tanto di incognite indefinite.

E adesso sai cosa voglio?
Voglio che ti chiuda la porta alle spalle e salti giù per le scale di corsa fino al portone e poi fuori tra la gente ancora di corsa ti tuffi tra le strade coi clacson che esplodono nell’ aria e i freni che stridono sull’ asfalto fin quando non svolti per le strette stradine e i vicoli che s’ incuneano tra i muri sempre più alti e sempre più scuri, scegliendo magari scorciatoie fatte di gradini alti e acciottolati, dalla pancia lucida e consumata che scendono ondulati fino al porto. Non importa che tu corra adesso, non importa più la fretta. Puoi finanche fermarti a fare quattro chiacchiere davanti alla bottega dell’ orologiaio e finanche prendere un caffè al borgo vecchio contando sul palmo della mano gli spiccioli per la mancia. Voglio che ti lasci guidare dall’ odore del mare.
Voglio che quando arrivi al porto ti senta leggero e con una lieve meraviglia guarderai le barche dondolare sull’ acqua e ti meraviglierai ancora una volta, della tua leggerezza e del loro ondeggiare. Voglio, poi che tu scelga tra le tante imbarcazioni ormeggiate in silenziosa attesa una che t’ ispira. Non importa quanto sia lunga o nuova, quanto siano brillanti i suoi ottoni o i suoi colori. Immagino che sceglierai una piccola e robusta vela, dall’  aria un po’  antica e dalle forme accattivanti, governabile facilmente di lasco, gran lasco e anche di bolina, con un piccolo motore ausiliario che guarderai appena, con sospetto. Voglio che sciogli gli ormeggi e su quella barca ci prenda il largo lasciandoti alle spalle il molo, il porto la costa e le sue luci, voglio che raggiungi un punto fuori dalle rotte e fuori dai pensieri dove gettare l’ ancora e finalmente poggiare le spalle contro il legno, guardare il mare oltre le paratie e ripararti gli occhi dalle saette di luce scagliate dalla superficie dell’ acqua.
Lì ti raggiungerà la mia lettera come un lampo viaggiatore.
Chiuderai gli occhi e comincerai a leggere.