Ho imparato il significato della parola profugo da piccola. In seconda elementare nella nostra classe arrivò una bambina con uno strano cappello di pelliccia con la coda. La maestra disse che veniva da Gorizia, una terra triste perché aveva perduto la sua patria ed anche la nostra nuova compagna era triste perché aveva perduto la sua casa. Non si sapeva perché non si capiva per chi però ci raccomandò di avere delle premure, di non farla sentire sola. La ospitava una zia, il papà doveva trovare un lavoro erano diventati quasi poveri, ma peggio che poveri.
Un giorno sentii dire la maestra con una mamma:
- Sono profughi…come sfollati poveracci, costretti a vivere senza radici…
Il significato della parola sfollati lo conoscevo già perché mia nonna ci parlava sempre di una famiglia che aveva perso la casa sotto i bombardamenti e un’ ordinanza militare aveva requisito alla nonna due stanze, che erano dei fratelli prigionieri o fuggitivi. Loro, gli sfollati del ‘ 44, li chiamava la nonna, s’ erano installati in casa senza tanti complimenti, otto persone, quattro gatti, e le poche cose che erano riusciti a salvare e trasportare, perché venivano da un’ altra città. Nonna s’ imbestialiva perché la signora sfollata faceva dormire i gatti tra le lenzuola del corredo nei cassetti dei comò della bisnonna.
E adesso di nuovo….profughi, come sfollati
- Ma chè, c’ è di nuovo la guerra?
E mi rispondevano gli adulti, no-no-no non è la guerra ma questioni politiche, e parlavano di trattati e ragion di stato. Che cacciavano gli italiani dalla terra che prima era la loro e dopo qualcuno aveva deciso che non lo era più. Di gente cattiva che non voleva bene agli italiani e che per salvarsi gli italiani dovevano fuggire lasciando tutto dietro di loro.
Poi qualche anno più tardi vennero i tempi di Gheddafi, mia madre una sera mi mise il cappottino e mi disse: adesso andiamo a prendere una bambina che arriva da un posto lontano, dall’altra parte del mare.
Così andammo all’ aereoporto, mia madre mio padre ed un amico di famiglia, ad attendere sua sorella con una figlia della mia età ed una testa di capelli ricci ricci. Il fratello li sistemò in una stanza dell’ albergo vicino alla stazione e venivano a pranzo da noi. Ornella giocava con me, mangiava la pasta cruda e questa cosa mi sembrava orribile, così chiedevo:
- Perché mangia la pasta cruda e poi scoppia a piangere?
- Forse perché è triste, diceva mia madre
- E perché è tanto triste?
- Perché pensa alla casa che ha dovuto abbandonare, alla sua stanzetta, ai compagni che non vedrà mai più, ai giocattoli che non ha potuto portare con sé perché hanno dovuto lasciare la loro terra in fretta e furia…
- Gesù, come sfollati…
compativa mia madre.
- Ma chè, nel loro paese c’ è la guerra?
Ma no, che guerra! Faccende politiche, sconvolgimenti di stato e di governi. Quelli che stavano prima volevano bene agli italiani poi sono venuti quelli che gli italiani non li possono vedere e li costringono a scappare…ma sono cose che passano.
Cose che passano e ti annientano la vita. Come una linea di confine. Qualcuno a tua insaputa, discute seduto a un tavolo a tua insaputa e quello che eri fino al giorno prima non lo sei più. Traccia una linea su un foglio di carta e divide a metà l’albero nel tuo orto. Perché i confini sono come gli stupidi, non hanno riguardo per nulla. Passano e basta.

Ma io poi mi sono sempre sentita come un albero nell’ orto.

Dal 1947 ad oggi il governo italiano ha condotto una politica tesa a dimenticarsi dei suoi connazionali delle terre d’Istria, della difesa dei diritti di questi figli perduti con la guerra, compresi quelli di proprietà e di tutela dell’identità storico-culturale.
Se c’è una cosa di cui l’Italia dovrebbe vergognarsi, onorevole Fini, è proprio di questa immane tragedia che non ha mai previsto nè compensazioni nè risarcimenti, che ha avuto i suoi martiri, i suoi perseguitati, i suoi esuli e i suoi orfani.

nella foto un dipinto di Nando Snozzi
Riferimenti: quelli delle penne di piombo