Sono stata un po’ tediosa ultimamente, lo so.
Il fatto è che piove e l’ umore è nero. Mi tiro su con Guccini.
L’ ho detto ad un mio amico e lui ha esclamato tra lo sconcerto e l’ incredulo: Gucciniiiiiiii?
Be? sì, la cosa ha sempre sconcertato anche mia madre, di fatto però quando stai raso terra anche il bordo del marciapiedi può essere un appiglio.

Poi provo a spiegare.

C’ è qualcosa nel suo faccione bonario, nella sua aria da modenese da buon mangione e moderato bevitore che mi consola. C’ è qualcosa nelle sue corde o nel suo modo di arrotondare le erre che mi culla e mi fa tornare di buon umore.

O almeno di umore socievole.

Un modo particolare di tuffarsi nelle parole e ritornare poi a galla a prendere respiro: sarà un giro di accordi oppure il tempo delle pause o quel modo di rincorrersi delle frasi in un ritmo inconfondibile, che è il ritmo di Guccini, a fare il solletico al mio cervello e ad innescare reazioni positive tra i miei recettori neuronali. Reazioni a catena che mi riportano a galla con bracciate lente e piene di senso.

Oppure dev’ essere la batteria, che mi scioglie quell’ energia che non mi ritrovavo. Non lo so. Fatto sta che se sto depressa, da sempre ascolto Guccini, il mio Prozac.

Questa è molto morbida. Si chiama Autogril (1983)

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven-up,
e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità,
come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill,
mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR…

Bella, d’ una sua bellezza acerba, bionda senza averne l’ aria,
quasi triste, come i fiori e l’ erba di scarpata ferroviaria,
il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere…

Basso il sole all’ orizzonte colorava la vetrina
e stampava lampi e impronte sulla pompa da benzina,
lei specchiò alla soda-fountain quel suo viso da bambina
ed io…. sentivo un’ infelicità vicina…

Vergognandomi, ma solo un poco appena, misi un disco nel juke-box
per sentirmi quasi in una scena di un film vecchio della Fox,
ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché
picchiettavo un indù in latta di una scatola di té…

Ma nel gioco avrei dovuto dirle: “Senti, senti io ti vorrei parlare…”,
poi prendendo la sua mano sopra al banco: “Non so come cominciare:
non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via.”

Terminò in un cigolio il mio disco d’ atmosfera,
si sentì uno sgocciolio in quell’ aria al neon e pesa,
sovrastò l’ acciottolio quella mia frase sospesa,
“ed io… “, ma poi arrivò una coppia di sorpresa…

E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d’ ogni cosa,
cancellarono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa,
mi chiamò la strada bianca, “Quant’è?” chiesi, e la pagai,
le lasciai un nickel di mancia, presi il resto e me ne andai…

Non è fantastica per quando piove?